PAROLA ALL’AVVOCATO – Intossicati nel ristorante: il danno va risarcito

 

pubblicato il 13 maggio 2018, 08:00
8 mins

a cura dell’avv.Massimiliano Madio

Al ristorante ci andiamo spesso, il sabato sera poi è sacro. Abbiamo il nostro ristorante preferito, quello con l’atmosfera più serena o con i piatti migliori, ma può capire che arrivi la serata in cui malediciamo di non essere rimasti a casa.
Mi hanno avvelenato! E’ questa l’esclamazione che urliamo mentre ci contorciamo dal dolore.
Un elemento importante è comprendere se tutti quelli che erano a tavola con me si sono sentiti male, proprio come me. Significa che davvero qualcosa non andava in quelle pietanze
Che si fa? Si può chiedere un risarcimento? E a chi? Agli sposi che hanno organizzato l’evento (e magari passano la prima notte di nozze in ospedale anziché nella suite di un albergo) oppure a chi ha cucinato e servito le pietanze? Insomma, in caso di intossicazione alimentare al ristorante, chi paga? Il ristorante. Perché? Vediamo.
Il ristoratore che serve un pranzo ha due tipi di responsabilità: quella contrattuale e quella extracontrattuale. La differenza, quando si chiede il risarcimento di un danno, riguarda l’onere della prova, cioè: chi dei due, tra ristoratore e cliente, deve dimostrare di avere ragione.
Il contratto con un ristoratore si stipula nel momento stesso in cui si ordina una portata. Ricevuta la cosiddetta «comanda», cioè l’ordine del cliente, il ristoratore si impegna a servire a tavola prodotti conformi a quanto stabilito non solo dal menù ma anche dal “codice del consumo”, che ne garantisce la qualità. Se il sugo non è quello richiesto oppure è scadente, se la bistecca ha un odore un po’ sospetto o se il pesce è crudo ma non è stato ordinato il sushi (il che può provocare davvero un grave danno alla salute), il cliente ha diritto alla sostituzione della pietanza o alla riduzione del prezzo oppure, ancora, alla risoluzione del contratto.
Il cliente dovrà segnalare l’inadempienza del ristoratore dimostrando l’esistenza del contratto. Toccherà, poi, al gestore del locale l’onere della prova, dimostrando – se ci riesce – che quella mancanza nei confronti del cliente è stata causata da un fattore a lui non imputabile.
La situazione si ribalta in caso di responsabilità extracontrattuale. In questo caso sarà tenuto il cliente a dimostrare – se ci riesce – di essere finito al pronto soccorso per colpa del cibo mangiato in quel ristorante, cibo magari non ben conservato per incuria del ristoratore o volutamente servito anche se scaduto pur di non buttarlo via.
Ma vediamo nel dettaglio cosa fare. Al primo crampo allo stomaco, le cose da fare sono due: la prima, correre al pronto soccorso. La seconda, evitare di buttare via lo scontrino o la fattura del ristorante in cui si è mangiato. Non si sa mai. Finita la brutta avventura in ospedale, è necessario portarsi a casa il referto medico. Ottenere un campione di quello che ci è stato portato a tavola sarebbe il massimo.
E poi ? Cosa fare ancora ? Ovvio, la denuncia in tribunale.
A questo punto la palla passa al ristoratore, che sarà tenuto a dimostrare la propria innocenza. Come? Verificando che gli ingredienti utilizzati per quella pietanza non fossero scaduti o conservati in modo non corretto. E, nel suo interesse, appoggiandosi ad un medico legale per accertare che il cliente che si è sentito male non fosse, ad esempio, allergico ad uno di quegli ingredienti e che, quindi, il malore accusato non sia dipeso dal menù servito ma da problemi di salute di chi si è seduto a uno dei suoi tavoli.
Può darsi, ad esempio, che io sia allergico o intollerante ai crostacei senza saperlo. E che una sera, al ristorante, chieda un piatto di gamberoni alla griglia. Molto probabilmente starò male. Ma non per colpa del ristoratore e nemmeno dei poveri gamberoni.
Altro discorso è che io non sia allergico o intollerante ai crostacei ma, dopo un piatto di gamberoni, mi senta male. In questo caso, passato il malore, mi conviene far analizzare il pesce e verificare che fosse fresco e che sia stato conservato bene.
Ad ogni modo, le associazioni dei consumatori consigliano il ricorso all’autorità giudiziaria solo quando c’è stato un episodio di intossicazione alimentare di massa al ristorante (ad esempio dopo un matrimonio, un compleanno, un pranzo di lavoro, una cena di coscritti). Sarà più facile, in questo caso, dimostrare davanti a un giudice il torto del titolare del locale quando più persone che hanno mangiato la stessa cosa si sono sentite male subito dopo. Non saranno tutti allergici o intolleranti ai crostacei, insomma.
Altrimenti, nel caso in cui l’intossicazione alimentare al ristorante interessa al massimo una o due persone, sarebbe più conveniente per tutti (cliente e ristoratore) trovare un accordo in privato per il risarcimento del danno.
Altro aspetto da non trascurare in caso di intossicazione alimentare al ristorante quando si vuole chiedere il risarcimento è il principio contenuto in un decreto presidenziale (poi riportato sul Codice del consumo) secondo cui «un prodotto è difettoso quando non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere tenuto conto di tutte le circostanze». Soprattutto se quel prodotto (anche alimentare) «non offre la sicurezza offerta dagli altri esemplari della medesima serie». Quindi, per tornare all’esempio di prima: se sono abituato a mangiare dei crostacei senza problemi ma, dopo averli mangiati in un certo ristorante, mi sono sentito male, quei gamberoni che mi sono stati serviti non offrivano né «la sicurezza che mi potevo legittimamente attendere» né «la sicurezza offerta dagli altri esemplari» simili.
Questo principio consente di ottenere più facilmente un risarcimento a causa di un’intossicazione alimentare al ristorante, sempre che si riesca a provare:
1) il carattere difettoso del prodotto (cioè che il cibo era scaduto o conservato male);
2) la natura e l’ammontare del danno subito;

3) il nesso causale tra i due punti precedenti, cioè tra il difetto del cibo ed il danno subìto.

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