PAROLA ALL’AVVOCATO – Divorzio tra coniugi: per l’ex moglie finito il tempo della pretesa

 

pubblicato il 11 marzo 2018, 07:00
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Ultimamente è successo qualcosa di incredibile, di inaspettato, di epocale: al momento del divorzio, alla ex moglie non spetta più di mantenere il “tenore di vita” che aveva prima, quando era sposata.
Ed infatti, Il giudice del divorzio, proprio trattando dell’assegno di mantenimento, dovrà informarsi al “principio di autoresponsabilità” economica di ciascuno degli ex coniugi, riferendosi soltanto alla loro indipendenza o autosufficienza economica.
L’esclusivo parametro per il giudizio d’inadeguatezza dei redditi o dell’impossibilità oggettiva di procurarseli è quello dell’indipendenza economica del richiedente.
L’autosufficienza può essere desunta dal possesso di redditi di qualsiasi specie, di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari, della disponibilità di una casa di abitazione e della capacità e possibilità effettive di lavoro personale.
La sentenza rivoluzionaria è quella emessa dalla Cassazione Civile prima sezione civile, il 10 maggio 2017, la n.11504, con la quale la giurisprudenza ha mutato il proprio orientamento in materia di assegno divorzile. Con una svolta epocale, la Corte è giunta ad affermare che il diritto al mantenimento nel divorzio si basa sul presupposto della non autosufficienza economica del coniuge più debole, ritenendo non più attuale, nell’ambito dei mutamenti economico-sociali, il riferimento alla continuazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio.
Anche la terminologia usata è nuova, tanto che, per la prima volta, si parla di “estinzione” del rapporto matrimoniale, sia sul piano dello status personale, per cui il coniuge ritorna “persona singola”, sia sul piano dei rapporti patrimoniali.
Con lo scioglimento del vincolo matrimoniale, si estingue il dovere reciproco di assistenza morale e materiale di cui all’articolo 143 c.c.
È utile ricordare che il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto ai sensi dell’art. 5 della legge 898/70, in seguito all’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi economici del coniuge economicamente più debole per far fronte alle proprie esigenze.
Dunque, il presupposto dell’attribuzione è la mancanza di adeguati mezzi economici da parte dell’altro coniuge o la difficoltà di procurarseli per ragioni oggettive.
Solo in presenza della suddetta condizione si valutano i seguenti parametri:
– le condizioni dei coniugi;
– le ragioni della decisione;
– il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio personale o comune durante il matrimonio;
– i redditi di entrambi;
– la durata del matrimonio.

Fra le sentenze più note, benché di qualche anno fa, vi è la n. 2546 del 5 febbraio 2014 emessa dalla Corte di Cassazione con la quale si è precisato che l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si articola in due fasi.
In un primo momento il giudice verifica l’esistenza del diritto all’assegno in astratto, con riferimento all’inadeguatezza dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ponendoli in raffronto con il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio fissate al momento del divorzio, per poi determinare il quantum delle somme per superare l’inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno.
Nella seconda fase, il giudice deve procedere alla determinazione in concreto dell’assegno in base alla valutazione equilibrata e bilaterale dei criteri indicati nell’art. 5, che possono contenere e diminuire la somma considerata in astratto, e in ipotesi estreme anche azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio sia incompatibile con gli elementi di quantificazione.
La ragione dell’esistenza dell’assegno divorzile risiede nell’inderogabile dovere di solidarietà economica post coniugale.
Pertanto, deve essere considerata prevalente la componente assistenziale in assenza degli adeguati mezzi economici del coniuge più debole ma, secondo la sentenza, ciò non può avvenire in caso di “indipendenza o autosufficienza economica”.
L’attribuzione dell’assegno in questo caso sarebbe un illegittimo arricchimento perché fondato soltanto sull’esistenza di un rapporto matrimoniale ormai estinto.
Inoltre si tratterebbe di un obbligo tendenzialmente senza termine, un’attribuzione per tutta la vita.
La novità della sentenza che stiamo analizzando è data dal fatto che, fino ad ora, secondo la giurisprudenza costante, il parametro al quale rapportare il giudizio di adeguatezza dei mezzi economici del richiedente l’assegno, era il tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio.
Insomma, i tempi sono cambiati e la stessa Corte, citando la sentenza n. 11490 del 1990 che fu resa a sezioni unite, afferma che a distanza di quasi ventisette anni, il suddetto orientamento non è più ritenuto attuale.
Attenzione però. Tutela massima per i figli, poiché il principio che ha fatto venire meno la pretesa di mantenere lo stesso tenore di vita che si aveva nel matrimonio non è applicabile ai figli i quali, invece, hanno diritto a mantenere il tenore di vita di cui godevano durante il matrimonio.
Lo ha specificato l’ordinanza ultima (n.3922 del 19 febbraio u.s.), emessa dalla Corte di Cassazione, con la quale si è chiarito che il principio della indipendenza e dell’autosufficienza non si estende anche ai figli.

avv. Massimiliano Madio
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