Arsenale, piano Brin e quei 37 mln di euro

 

pubblicato il 31 Dicembre 2015, 19:30
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I 37 milioni di euro ‘regalati’ a Taranto per l’ammodernamento dell’Arsenale, attraverso il Contratto istituzionale per lo Sviluppo (CIS), hanno raccolto consensi. Un po’ perchè permettono di far rifiatare lo storico stabilimento militare, e quindi offrono speranze per il futuro, un po’ perchè – a detta dei protagonisti – è la conferma che quando si va uniti verso la mèta si vince. Lo hanno dichiarato gli attori, a partire dal sindaco Stefàno per passare ai parlamentari, ai sindacati e anche a quanti in quei 37 milioni di euro intravedono un futuro dell’Arsenale magari proiettato nel passato, quando cioè a pieno regime fu capace non solo di costruire navi ma anche manutenerle senza grossi problemi.

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Ma è tutto oro colato? I 37 milioni di euro forse; come siano stati dirottati è un’altra storia. E lo dice, senza nascondere nulla, proprio il ministro della Difesa, Roberta Pinotti: “Siamo molto contenti che il Cipe abbia accolto questo progetto e quindi con i 37 milioni che dal tavolo interistituzionale possono essere assegnati all’Arsenale noi possiamo concludere il piano Brin”. Ecco, appunto: i 37 milioni di euro che dal tavolo interistituzionale vengono assegnati all’Arsenale. Ma qualcuno, forse volontariamente o forse inconsapevolmente, dimentica che il piano Brin, disegnato nell’ormai lontano 2007, assegnava a Taranto 108 milioni diluiti negli anni. A luglio scorso a Taranto proprio il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, disse che per il piano Brin erano stati spesi nell’Arsenale di Taranto circa 70 milioni, che ne occorrevano 36 per completarlo e che nel 2016 ne sarebbero potuti arrivare altri 6. Lo stesso ministro affermò che per accelerare la spesa sarebbe stato opportuno cercare altri finanziamenti utilizzando appunto il Contratto istituzionale. Rebus risolto: non ci fosse stato lo stanziamento di circa 900 milioni per il CIS, quei 37 milioni sarebbero rimasti sul carteggio del piano Brin. Il che significa che dal CIS sono stati stornati, appunto, 37 milioni; il che significa ancora che nel CIS mancheranno… 37 milioni con i quali si poteva fare ben altro. Capito il ragionamento?

Il cosiddetto piano Brin, insomma, era già dotato di 108 milioni di euro, compresi i 37… mancanti: ora ci sono, ma prelevati dal CIS. Un gioco di prestigio che da un lato ci dà, dall’altro ci toglie. Un po’ come i finanziamenti persi per la riqualificazione di alcuni palazzi in Città vecchia (Troilo, etc.): i nostri baldi amministratori di piazza Municipio li hanno recuperati, dopo averli colpevolmente persi, proprio nel CIS.
E non vi raccontiamo fandonie. Perchè la storia del piano Brin, come detto, va avanti dal 2007. Già nel 2011, per esempio, scriveva ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’: “Il 2012 sarà l’anno della svolta. Parola di Giulio Cobolli, l’ammiraglio di divisione del Genio Navale che dal 2007 è al comando dell’Arsenale della Marina Militare di Taranto. E’ lui che, insieme al team di progettisti, ha disegnato i progetti della Cavour, la nuova e imponente portaerei consegnata da un paio di anni alla Marina da Fincantieri. E che, per un segno del destino, dovrà entrare nei bacini dell’Arsenale di Taranto proprio nel 2012 per il suo primo ‘tagliando’.

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LA DOPPIA SFIDA DEL PIANO BRIN – Per quella data è prevista la conclusione del Piano Brin, un programma di ristrutturazione delle obsolete strutture del nostro ottocentesco Arsenale attraverso un’efficace razionalizzazione delle risorse esistenti che prevede, solo per lo stabilimento di Taranto, l’utilizzo di 108 milioni di euro. La cifra sarà ‘spalmata’ su sei anni, la durata temporale dello stesso piano Brin. Il programma di lavoro è categorico sugli interventi da eseguire con urgenza. Si va dalla messa in sicurezza degli ambienti di lavoro (resa obbligatoria per molte aree anche dalle prescrizioni dell’Ispettorato del lavoro), al risanamento delle banchine, al consolidamento e ristrutturazione dei bacini. L’Arsenale di Taranto ne ha quattro, due in muratura (Brin e Ferrati) e due galleggianti. Tutti hanno le stesse potenzialità di lavoro, ma quelli galleggianti necessitano di manutenzione. A questo proposito, è importante ricordare che, per il rifacimento del Go-52, una delle due strutture galleggianti, l’appalto è stato vinto da un consorzio di imprese tarantine. A disposizione ci sono 13,7 milioni di euro rinvenuti dagli interventi per il settore della navalmeccanica e quindi slegati dai fondi per le infrastrutture. La gara è stata vinta da 8 delle migliori imprese locali che ora dovranno dimostrare di essere all’altezza degli impegni assunti. Da questo punto di vista, la ristrutturazione del bacino assume i contorni di una doppia sfida: il rilancio dell’Arsenale e quello delle imprese locali dell’appalto. «L’obiettivo del piano Brin – ha spiegato lo stesso direttore dell’Arsenale -, è il mantenimento delle lavorazioni essenziali e delle nicchie di eccellenza che lo stabilimento ancora può vantare, chiudendo i reparti concettualmente obsoleti. Puntiamo a rilanciare i bacini, le aree di lavoro e le banchine e i mezzi di sollevamento». Il ‘Ferrati’, ad esempio, è il più grande e funzionale bacino in muratura di tutto il Mediterraneo, l’unico capace di ospitare per le manutenzioni navali un’unità della stazza del Cavour. «La portaerei è stata costruita proprio tenendo presente le capacità di questo bacino». In un’ottica di riorganizzazione intelligente delle risorse (umane e strutturali) esistenti, la Marina ha anche proposto ed approvato, nello stesso piano, la costituzione di nuovi reparti multifunzionali. L’elaborazione del criterio di officine polifunzionali è stata una scommessa sul futuro degli Arsenali. Il piano Brin ne prevede, per il solo stabilimento di Taranto, quattro. Sulla prima si sta già lavorando. Sotto la grande tettoia di un unico capannone, entro aprile del 2010 finiranno quattro reparti: le costruzioni metalliche, calderai e tubisti, motori elevata potenza e motori media potenza. E’ una rivoluzione copernicana per l’organizzazione del lavoro in Arsenale. Ma garantirà efficienza, abbattimento dei tempi delle lavorazioni e maggiore funzionalità. Il Piano prevede che, alla fine dei lavori siano in tutto quattro. Entro il 2012, sempre che la Marina riesca a mantenere i finanziamenti dal Governo per la conclusione del piano Brin, le strutture dovrebbero essere completate ed andare a regime”. Già, entro il 2012…

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Ma c’è di più. Perchè nel 2011 addirittura si parlava di ben 500 milioni di euro. Leggete cosa scrivevano le organizzazioni sindacali a margine degli annunci del Ministero della Difesa: “È oramai da qualche anno che si parla di dismissioni di aree ed immobili in uso al Ministero della Difesa, che consentirebbero, se concretizzate, di centrare un duplice obiettivo, da una parte di acquisire dall’esterno risorse finanziarie e/o utility varie e, dall’altra, di arrestare il degrado di pezzi del patrimonio pubblico, in molti casi di notevole interesse storico e/o architettonico, che la Difesa non riesce più a manutenere, rendendoli così disponibili alla collettività. Nel corso di questi ultimi anni, abbiamo avuto modo di sentire o di leggere sui giornali di piani, progetti e, in alcuni casi, anche di veri e propri accordi formalmente sottoscritti dalla Amministrazione Difesa e da Enti locali. Il precedente vertice politico si era molto impegnato in tal senso, in particolare il Sottosegretario Crosetto, ma con risultati pare non proprio esaltanti. D’altronde, la cosa non appare in sé né facile né agevole, come ha dimostrato il giornalista Rizzo con un articolo molto efficace pubblicato questa estate sul Corriere della Sera, raccontando di percorsi tortuosi e complessi, peraltro oggi resi ancor più difficili della grave crisi economica che il Paese vive e dello stato di grave difficoltà degli Enti locali dopo i poderosi tagli dei trasferimenti dallo Stato centrale, condizioni queste che certo non incoraggiano o non facilitano iniziative di questo tipo. Ma tant’è, di alternative non pare ce ne siano poi tante in questo momento, e le linee programmatiche annunciate dal nuovo Ministro della Difesa amm. Di Paola in Parlamento guardano con favore a questa possibilità. Lungo questa traccia si sta comunque muovendo da tempo la Marina Militare, che proprio nei giorni scorsi ha presentato alla stampa una sorta di ‘piano regolatore’ per Taranto (la definizione è dell’amm. Toscano, Comandante del Dipartimento dello Ionio), con il quale si mettono a disposizione aree e siti che non risultano più di interesse della Difesa.

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Una piccola rivoluzione, che rende disponibili alla collettività ionica (privati o Enti pubblici) pezzi di territorio che la MM aveva acquisito per scopi militari all’alba del secolo scorso, e che oggi potrebbero costituire il volano di un nuovo sviluppo. Si tratta di 500mila metri quadrati di aree urbane, relativi a spazi non più utilizzati o non strettamente necessari, per un valore stimato di circa 500 milioni di euro, attraverso le quali risorse verrà realizzato l’accorpamento delle aree funzionali. Questo il piano illustrato dalla M.M. in conferenza stampa e così riportate dalla stampa locale: “Sono stati individuati tre grandi contenitori: Maricentro, le Scuole Cemm e la base navale Mar Grande. …Le attività formative saranno accorpate alle scuole Cemm di San Vito, che già ospita la Scuola Sottufficiali….. Maricentro diventerà un vero e proprio centro direzionale all’interno del quale saranno sistemate tutte le funzioni tecnico-amministrative e gli enti che sono sparsi sul territorio cittadino. La base navale Mar Grande diventerà il cuore logistico-operativo della Marina Militare. Al suo interno è prevista la costruzione dell’ospedale militare, dei magazzini di commissariato e dell’autoreparto. Nelle aree adiacenti la base… è stata ipotizzata la realizzazione di nuovi impianti sportivi e nella stessa zona si prevede anche la costruzione di nuovi attracchi per mezzi militari più piccoli…” Dovrebbe comunque restare invariata “la funzione e la presenza dell’Arsenale militare che continuerà ad essere il cuore tecnico della Marina. Il piano Brin già in fase avanzata di esecuzione consentirà, anzi, il rilancio delle attività attraverso la ristrutturazione dei bacini e la creazione di tre grandi officine polifunzionali. E’ stato previsto anche un piano energetico composto da ben 16 progetti per un importo complessivo di 500 milioni di euro. Impianti fotovoltaici saranno realizzati su tutte le coperture, ad eccezione di quelle “storiche” dell’Arsenale ed a terra in aree non utilizzabili diversamente. I vecchi impianti saranno sostituiti in favore di nuove apparecchiature di nuova generazione…”. C’è da aggungere altro? Annunci del 2011. Che resteranno tali.
E, senza portarla per le lunghe (ci sarebbe da raccontare sui progetti fantasmagorici propalati dalle nostre Istituzioni in quell’epoca…), ecco cosa riportavano le agenzie di stampa appena a metà dello scorso novembre: “Rilanciare l’Arsenale della Marina di Taranto per farne una realtà produttiva e occupazionale in grado di mitigare anche gli effetti della crisi Ilva. La prospettiva, ambiziosa, è stata indicata appena due giorni fa a Taranto dal capo di Stato Maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi.

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Il ragionamento del numero 1 della forza armata parte da un dato di fatto: nella legge 20 dello scorso marzo che prevede il rilancio dell’area di Taranto attraverso il Contratto istituzionale di sviluppo, per l’Arsenale era previsto solo un progetto finalizzato a valorizzare la parte di archeologia industriale per farne un museo. Ma il sindaco di Taranto e i sindacati hanno preso posizione su questo, affermando che l’Arsenale andava rilanciato soprattutto in funzione industriale perché quella è la sua mission. E così la continuità del piano Brin per l’ammodernamento delle infrastrutture e la necessità di prevedere delle risorse specifiche, sono entrate a far parte del Tavolo Taranto, coordinato da Palazzo Chigi, che al Contratto istituzionale sta lavorando. L’ammiraglio di squadra De Giorgi ora tiene il punto: “Abbiamo bisogno di un finanziamento dedicato – spiega proprio a Taranto – per le infrastrutture, lo sblocco del turn over e la riattivazione di quella che un tempo era la scuola allievi operai”. La finalità è duplice: con l’adeguamento delle infrastrutture si migliora la capacità dell’Arsenale, consentendogli così di aprirsi anche alla manutenzione delle navi mercantili – attività già fatta nei mesi scorsi -, e col ripristino del turn over si colmano i vuoti di organico e le professionalità carenti.

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De Giorgi, in particolare, cita i saldatori, figura tecnica che negli ultimi anni l’industria nazionale ha dovuto reperire dall’estero. Quanto eventualmente il Cipe darà ora al Contratto istituzionale per Taranto, non è ancora valutabile, né si può dire se il finanziamento andrà già in questa tornata a novembre, che vede all’esame dello stesso Cipe i progetti per il recupero della Città vecchia di Taranto e l’infrastrutturazione del porto già candidati a risorse dalle amministrazioni locali. A luglio scorso a Taranto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, disse che per il piano Brin erano stati spesi nell’Arsenale di Taranto circa 70 milioni, che ne occorrevano 36 per completarlo e che nel 2016 ne sarebbero potuti arrivare altri 6. Lo stesso ministro affermò che per accelerare la spesa sarebbe stato opportuno cercare altri finanziamenti utilizzando appunto il Contratto istituzionale”.
Detto, fatto: i 37 milioni che occorrevano per concludere il piano Brin, nascosti da anni nei cassetti ministeriali, si sono improvvisamente materializzati nel CIS. Il solito gioco di prestigio, non c’è dubbio. E adesso, aspettiamoci le solite critiche per noi disfattisti. Che abbiamo avuto l’ardire di spiegare, per esempio, che negli 8-900 e passa milioni del CIS ci sono anche i 208 del ‘San Cataldo’, e cioè risorse già predisposte dalla Regione Puglia a suo tempo: quindi, non risorse nuove. E fermiamoci qui, tanto la storia è arcinota. Noi diciamo solo che quasi tutta quella quantità di euro appartiene a capitoli di spesa esistenti: hanno solo riavvolto il nastro e sotto il bel vestito del CIS le presentano come risorse per aiutare Taranto. L’unica nota buona? Che magari questo governo ha avuto il merito di accelerare i tempi. Per il resto, è argomento per le solite passerelle…

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Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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