Indotto Ilva: il Governo stoppa accesso più agevole al Fondo di Garanzia

 

pubblicato il 16 Dicembre 2015, 21:06
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Torna lo stato di agitazione fra le imprese dell’indotto Ilva di Taranto dopo la notizia della bocciatura dell’emendamento che avrebbe dovuto consentire un più agevole accesso delle stesse al Fondo di Garanzia. Le aziende appaltatrici hanno di fatto visto tramontare la possibilità di ottenere un po’ di ossigeno per le loro casse già asfittiche, eventualità che sarebbe stata resa possibile se il provvedimento presentato dall’on. Michele Pelillo, capogruppo Pd alla Commissione Finanze della Camera, e da altri deputati, fra i quali l’on. Ludovico Vico, non fosse stato respinto.

Il pollice verso è arrivato dal ministero dell’Economia, rappresentato dal viceministro Enrico Morando, il quale non ha ritenuto di far passare l’emendamento, decretando di fatto una situazione immutata rispetto alla precedente formulazione introdotta dal Senato, (che, lo ricordiamo, impedisce totalmente l’accesso al Fondo, vanificandone l’utilizzo).

L’emendamento sul fondo di garanzia per l’indotto Ilva, che avrebbe contribuito a risolvere il grande problema delle aziende rimaste creditrici dello stabilimento siderurgico di Taranto, non è stato approvato, avendo avuto il parere contrario del Governo. Non è stato sufficiente il mio sforzo, quello dell’on. Ludovico Vico, quello di decine parlamentari del Partito Democratico“. Questo quanto sottolineato quest’oggi in una nota Michele Pelillo, capogruppo Pd Commissione Finanze della Camera dei Deputati. “Il viceministro Enrico Morando che ha rappresentato il Governo nei lavori della legge di stabilità – aggiunge il deputato tarantino -, si è assunto una grande responsabilità: un piccolo emendamento avrebbe risolto un grande problema. Nonostante l’atteggiamento del viceministro Enrico Morando, noi insisteremo“. A gennaio 2016 “abbiamo – conclude Pelillo – un’altra possibilità: introdurre lo stesso emendamento nella legge di conversione dell’ultimo decreto legge sull’Ilva. Ci riproveremo, per restituire fiducia a tante decine di imprenditori e a migliaia di lavoratori“.

Sulla vicenda, inevitabile è arrivata l’immediata presa di posizione di Confindustria Taranto che “aveva più volte caldeggiato la modifica delle modalità di accesso al Fondo, proprio per consentire alle imprese, ancora creditrici di 150 milioni di euro (maturati, come si ricorderà, durante la gestione commissariale Ilva) di poter contare su risorse utili a proseguire nelle loro attività e in molti casi a evitare il fallimento“.

Ora, nel riconoscere l’impegno profuso in tal senso“, Confindustria Taranto “ringrazia in particolare l’on. Michele Pelillo, che fin dall’inizio ha sostenuto vigorosamente le ragioni del nostro sistema imprenditoriale; un grazie va anche agli altri parlamentari (fra cui l’on Vico, e nel primo passaggio al Senato anche al senatore Tomaselli) impegnati nel portare avanti tali istanze“.

La notizia, tuttavia, per l’associazione degli industriali di Taranto “fa registrare un ulteriore e pesante passo indietro nel percorso di una vicenda già costellata da “segni meno” per le aziende dell’indotto Ilva di Taranto. Aziende che, come è noto, lo scorso anno avevano portato avanti le loro istanze anche attraverso clamorose forme di protesta, rivendicando quanto loro dovuto anche in nome di professionalità consolidate, esperienza e preparazione acquisite in decenni di rapporto con la grande fabbrica. Aziende che ora potrebbero tornare, alla luce delle recenti vicende, sul piede di guerra, assumendo soluzioni anche drastiche al loro interno (con la messa in libertà del personale) e col blocco delle forniture all’Ilva“.

Torniamo a ribadirlo: c’è un intero sistema che va recuperato e di questo sistema le nostre aziende sono parte integrante e fondamentale – sostiene infine Confindustria Taranto -. Il Governo non è riuscito a garantire a queste aziende, e quindi a tutto il nostro sistema produttivo, il ristoro anche parziale di quelle risorse che pure hanno consentito all’azienda dell’acciaio di andare avanti quando la situazione era già fortemente compromessa, e quel che preoccupa fortemente è che tutto ciò avviene in un contesto tutt’altro che favorevole: l’ultimo decreto, che contiene una scadenza imminente entro la quale Ilva – ancora in affanno nella produzione, nei processi di ambientalizzazione e nei pagamenti – dovrà essere ceduta ad acquirenti privati, e con esso il trasferimento di risorse sempre più esigue rispetto a quelle annunciate, non fanno certo ben sperare né depongono a favore di quel rilancio trionfalmente prospettato, nei mesi scorsi, dallo stesso Governo. Un rilancio di cui si stenta ad intravedere, fino a questo momento, anche un solo, sintomatico e chiaro segnale“.

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