Uno Street Store per i senzatetto

 

pubblicato il 22 Novembre 2015, 20:28
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“Dalle recenti cronache degli ultimi giorni risaltano notizie di nuove forme di micro-criminalità associate alla povertà e alla situazione economica grave  in cui versano molte città. Ed è così che, dopo l’iniziativa delle family card e delle raccolte fondi attraverso concerti tenuti quest’anno, noi di Made in Taranto vogliamo alzare il tiro e puntare agli Street Store”. Ecco uno spunto felice, una idea che potrebbe davvero prender piede se la città ha sul serio voglia di dimostrare, ancor di più rispetto a quanto non lo sia già, capace di accogliere,aiutare, essere insomma solidale.

Street Store: sembra una trovata pubblicitaria, qualcosa che magari i grandi marchi talvolta utilizzano per lavarsi la coscienza e far passare il messaggio della spesso sbandierata responsabilità sociale. Nel frattempo, però, gli interessi restano in primo piano…

L’idea, gli Street Store cioè, è di due pubblicitari di Città Del Capo (Sudafrica) che hanno creato un emporio sociale (www.thestreetstore.org), un vero e proprio supermercato dove i capi d’abbigliamento provengono da donazioni di cittadini e volontari. I capi vengono esposti come un vero e proprio store in cui i senzatetto possono scegliere.

A Goldthorpe, nel Regno Unito, è stato da poco inaugurato il primo supermarket sociale: cibo e bevande provengono dal surplus delle grandi catene di distribuzione e hanno un prezzo scontato del 70%.

L’idea open-source partita in Sudafrica è banale almeno quanto utile: creare dei “Temporary shop” dove chiunque può lasciare i propri indumenti usati, per dare agli homeless l’opportunità di riusarli. Si tratta di raccogliere e ordinare in una vera e propria esposizione in strada, come si fosse in un negozio a tutti gli effetti, capi d’abbigliamento, accessori e scarpe che la gente vorrebbe buttare o non usa più e dare ai senzatetto un’opportunità che di solito non è loro concessa: scegliere. Chiunque prima e durante gli “orari di apertura”, può lasciare i propri indumenti, abiti o scarpe di seconda mano mentre gli “addetti alle vendite” li collocano al loro posto pronti per i clienti rigorosamente senza portafoglio. 

“Considerato che i senzatetto non sono solo un’emergenza africana, abbiamo deciso di rendere il nostro sistema open-source”. Cosa significa? Come annuncia un video su Youtube. “Chiunque può creare uno Street Store nella propria città. Il primo passo è iscriversi al sito, per avere accesso a tutto il materiale. Secondo, cercare la collaborazione con un’associazione di volontariato per decidere insieme quale sia il posto migliore dove allestire il negozio. Terzo, assicurarsi di essere in possesso di tutti i documenti per occupare un suolo pubblico. Quarto, appendere i cartonati scaricati dal sito e chiedere alle persone di appendere gli abiti negli appositi spazi. Quinto, organizzare tutto affinché la vendita si svolga senza intoppi. Sesto, la vendita: i clienti possono visitare il negozio e comprare senza bisogno di spendere”. Infine, “fotografare il negozio e condividere le foto su sito”. 

Insomma, ancora una volta la rete diffonde uno di quei fenomeni che fanno presto a diventare virali. Tant’è vero che ne sono rimaste contagiate nazioni con Canada, Belgio, Malesia, Brasile, Stati Uniti, Colombia, Messico, Norvegia, Argentina, Costa Rica, Honduras, Ghana, India, Regno Unito, Nuova Zelanda, Senegal, Perù, Grecia, Israele, Australia e adesso anche l’Italia, visto che a Napoli esiste e ha già avuto un grosso successo. Del resto, basta considerare che in poco meno di due anni sono stati superati i 300 Street Store nel pianeta e sono stati vestiti oltre 200mila senzatetto.

Come si legge in rete, “il mondo intero è oggi unito sotto l’insegna di un appendiabito da ritagliare da un pezzo di cartone. Chiunque può scaricare il kit online e allestire il negozio in strada della propria città dando l’opportunità di far scegliere a chi a bisogno solo quello che piace davvero. Un’esigenza fino ad oggi dimenticata dietro l’urgenza del bisogno, ma non per questo da sottovalutare”.

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