A Parigi “un arabo ci ha salvato”

 

pubblicato il 16 Novembre 2015, 09:30
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Alessandra Vernile ha 26 anni ed è nata a Taranto. Dal 2008 vive a Roma, dove ha studiato relazioni internazionali. Dallo scorso settembre la sua casa è a Parigi; borsista presso l’Agenzia spaziale europea, si occupa di analisi politico economica. “Ero abbastanza lontana dalla zona dell’attentato quindi non ho sentito niente” dice, ripercorrendo con noi gli attimi terribili vissuti venerdì scorso nella capitale francese. “Questo fine settimana una mia amica di Roma è venuta a trovarmi a Parigi. Venerdi sera io e lei eravamo appena uscite dalla metro a Montparnasse (sesto arrondissement) quando abbiamo ricevuto una telefonata dai miei genitori che ci hanno spiegato cosa stava succedendo e ci invitavano a tornare a casa”. In verità Alessandra abita nei pressi di Place de la Bastille, abbastanza vicino ai luoghi degli attentati: “Io vivo a 15 min dal Bataclan. Per trovare un taxi abbiamo aspettato due ore. Il taxista l’abbiamo dovuto pregare di portarci a casa. Perché non voleva arrivare in quella zona”. Così, soltanto quando hanno visto il ‘tappeto’ di polizia ed esercito che circondava Place de la Bastille tutto è diventato chiaro. Fino ad allora, spiega: “Le uniche notizie che io e la mia amica eravamo riusciti ad avere erano frammentate, non chiare. Fino a che non abbiamo visto con i nostri occhi ciò che era accaduto…”. Il resto è la cronaca dell’orrore, già ampiamente documentato da centinaia di ore di dirette televisive.

Oggi Parigi è silenziosa, come lo era ieri. Silenziosa e molto poco affollata rispetto al solito”. Inutile nasconderlo. C’è paura ad uscire. Anche Alessandra ne ha: “Ho paura e non mi sento sicura, ma personalmente credo che non mi sentirei sicura nemmeno a Roma o in altre capitali europee. È un sentimento che accomuna ora molti parigini, insieme al senso di impotenza”. Poi ammette: “Non bisogna privarsi della quotidianità, perché cosi si smette di vivere”. Certo, per lei e non solo, la percezione della città non sarà più la stessa. “Di Parigi, e della Francia in generale, mi ha colpito la sua complessità: il suo essere una città, un paese estremamente multiculturale, ma allo stesso tempo esposta a sentimenti xenofobi e razzisti. Spero che i francesi sappiano distinguere tra Islam e fondamentalismo, e ovviamente anche tutti noi. Intanto, qui c’è molta paura, ieri molti locali erano chiusi, la città era deserta e in giro c’era solo tanta polizia; certo, meno di venerdì, ma molto controllo, quello si”.

Natascia Grbic, di anni, invece, ne ha 28. È una giornalista e vive a Parigi da febbraio, “dopo che in Italia, dopo la laurea, ho provato senza successo a trovare un altro lavoro che non fosse la cameriera, per di più in nero” cerca di sdrammatizzare. E mica tanto! Anche per lei studi a Roma in relazioni internazionali, e poi Parigi. Natascia vive a Laumiere, a nord di Parigi, nel quartiere arabo. “Venerdì sera quando è successo tutto ero in metro, quindi, ovviamente – e fortunatamente – le esplosioni non le ho sentite”. Così racconta: “Sono scesa a Bastille, e mi sono trovata davanti una situazione surreale: una città in panico, polizia e ambulanze ovunque, gente che prendeva taxi per tornare a casa, io e i miei amici che non capivamo cosa fosse successo”. Anche lei ha compreso fin troppo bene ciò che era successo soltanto quando amici, parenti e colleghi: “Dall’Italia hanno iniziato a chiamarmi a ripetizione”. Poi prosegue con il racconto della fuga, dall’orrore: “Ci siamo spostati in una delle vie laterali, dove abita un ragazzo che conosceva una mia amica. Ha lanciato le chiavi dalla finestra e ci ha fatto salire. Siamo stati da lui, al sicuro, fino alle 2 di notte”. Ci tiene a far sapere che il ragazzo in questione era di nazionalità araba: “E’ stato un arabo a pararci il culo, perdona il francesismo, ci tengo a ribadirlo perché ci terrei a zittire chiunque provi a fare discorsi razzisti, dai Salvini vari fino ad arrivare al passante per la strada, approfittando, anche e soprattutto mediaticamente, di queste tragedie”.

Per il resto, cosa si prova a vivere nei luoghi dell’orrore Natascia non lo sa descrivere, ancora, con precisione, “dato che tutto, anche nelle sensazioni che sto provando, è molto confuso”. Le uniche certezze sono che “non è stato semplicemente un attacco terroristico, siamo al centro di una guerra globale che si sta spostando anche in Europa. La stessa che va avanti da anni in Siria, in Libia, in Afghanistan, e in tutti quei paesi che abbiamo sempre visto, freddamente, attraverso le descrizione dei giornali”.

Non bisogna cedere alla paura” lascia intendere la giornalista, secondo cui “la paura è funzionale all’ascesa degli xenofobi come Marine Le Pen, o dei razzisti come Matteo Salvini”. Anche se “Parigi per il momento, a parte ovviamente i quartieri lontani dal luogo degli attacchi, sembra una città fantasma. Ci sono poche persone in giro, i negozi sono chiusi, l’atmosfera è resa ancora più lugubre dal fatto che qui fa buio presto ed è molto freddo”.

C’è paura, indubbiamente, nelle voci di chi, venerdì sera, nel cuore dell’Europa libera e democratica ha vissuto l’orrore. Siamo di fronte a “una guerra simmetrica” dicono gli analisti più autorevoli. Quel che è certo – per dirlo ancora con le parole di Natascia – è che bisognerà aspettare ancora qualche giorno per capire bene da che parte stanno i pensieri dei parigini.

 

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