Khaled: “Le parole sono pietre”

 

pubblicato il 15 Novembre 2015, 17:27
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Khaled è un nome di fantasia che abbiamo voluto dare ad un rifugiato palestinese che ci ha raccontato la sua storia e di cui, per questioni di sicurezza, non si può rivelare l’identità. In un inglese stentato ci presenta le peripezie che ha dovuto affrontare e soprattutto lo stato d’animo di chi, come lui, è costretto ad allontanarsi dalla propria casa, dai propri affetti e dalla propria vita, semplicemente per salvare la pelle. Ci racconta del senso di accoglienza della nostra Nazione, diversamente da quanto accaduto altrove, ci racconta dello spaesamento e della vita perduta e poi ritrovata.

Mi chiamo Khaled e vengo dalla Striscia di Gaza, vengo dalla guerra, vivevo li dove la vita era guerra e volevo allontanarmi dalla guerra e vi voglio parlare dei mie problemi e del motivo per cui sono venuto nel vostro paese.

Sono venuto qui perchè avevo i miei problemi personali e volevo risolverli. Alcuni mie amici ed altra gente sono venuti qui cercando un altro futuro e hanno detto che ci sono altre persone che si sono trovate bene. Sono andato via da Gaza perchè avevo bisogno di un domani. Quando sono venuto ho sentito che, lasciando Gaza, avrei lasciato la paura, il terrore , avrei avuto un’altra vita e risolto i miei problemi. Ho speso tutti i soldi che avevo da parte per salvare la mia vita.

Sono arrivato in Finlandia e poi in Norvegia, dopo essere passato dalla Germania, qui sono stato preso per un criminale. Non mi parlavano. Nessuno mi sorrideva. Sono andato in panico. Chiedevo aiuto, ma nessuno mi considerava. Temevo mi mandassero via, mi rispedissero al mio paese, e questo era pericoloso per me, perchè sapevo che ero già un ricercato a Gaza e questo mi terrorizzava. Potevo essere ucciso. Era pericoloso rimanere in molti paesi dove il mio governo mi stava dando la caccia. Avevo paura. Quindi ho cercato un altro paese che poteva accogliermi, che innanzitutto si prendesse cura dei rifugiati.

Un mio amico, che era già in Italia da qualche anno, mi aveva detto che qui era possibile arrivare perchè è un paese accogliente. L’ho chiamato e spiegato la mia situazione e mi ha invitato a raggiungerlo in Italia e a rendermi conto personalmente. Sono trascorsi tre mesi prima che potessi arrivare qui, durante i quali in Finlandia mi facevano sentire come un criminale, segregato nella mia stanza, dalla quale non potevo mai uscire, sorvegliato dalla Polizia.

Successivamente ho potuto prenotato l’aereo e i controlli in aeroporto erano serrati. Non solo la Polizia, ma anche tutti gli agenti preposti alla sicurezza erano in allarme. Ho i capelli neri ed in automatico mi controllavano i documenti, solo questo elemento mi rendeva un soggetto pericoloso. Sono stato bloccato due ore all’interno dell’aereo, sotto controllo.

Sono stato felice di arrivare a Roma. La mia sorpresa è stata che nessuno mi ha fermato, mi ha chiesto come mai fossi qui, dove e quali fossero i mie documenti, sono uscito tranquillamente dall’aeroporto. Ero una persona normale come le altre che entravano nel vostro Paese.

Poi sono andato in stazione per prendere un treno e venire in Puglia e ho avuto la possibilità di entrare nel Campo Profughi. Ho dovuto aspettare un po’ perchè c’erano tante persone che vivevano la. Il Campo in realtà non è la mia casa.

Il primo giorno nel Campo ero triste per la mia situazione, ma sono stato accolto benissimo. Mi hanno fatto fare un check up in ospedale, mi hanno dato cibo, denaro. Si sono interessati dei mie problemi, mi hanno chiesto come ho vissuto prima.

Quando sono stato nel Campo in Norvegia, il primo giorno nessuno si è interessato di me, chiedendomi dei miei problemi, a cosa stessi pensando, li stavo diventando pazzo, perciò ho voluto andarmene. E’ difficile da spiegare, non avevo documenti, non avevo denaro, non avevo da bere o fare, non potevo uscire, mi sentivo molto solo, non avevo con loro alcun tipo di rapporto e supporto.

Qui, dove vivo da un anno e mezzo, ho potuto parlare con la Polizia, non mi hanno chiesto dei miei documenti. Nel Campo attuale non mi fanno mancare nulla, credetemi, cercano di aiutarmi, non mi fanno mai sentire solo. Non so se voi sappiate molto di queste situazioni.

Ora ringrazio l’Italia per il senso di umanità ricevuto, soprattutto all’interno del mio Campo, prima non l’avevo sentita, mi sentivo solo un criminale, qui mi sento libero. Posso fare quello che voglio, andare dove voglio, nessuno mi ferma e mi fa domande su cosa faccio o dove vado, non ho più i problemi che avevo in Norvegia. Dal primo momento qui mi hanno sempre detto di non preoccuparmi, che mi avrebbero aiutato, anche se sono povero, che mi avrebbero dato la possibilità di stare qui ed di vivere bene. Lo hanno fatto. E li ringrazio tanto per questo.

Ho finalmente una vita. Ringrazio l’Italia, la gente che lavora nel Campo che fa per me tantissimo. Devo a loro la mia vita.”

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