Ilva, le associazioni del “Piano Taranto” rispondono alle dichiarazioni di Melucci

Posted on giugno 13, 2018, 12:14 pm
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Le associazioni ed i comitati aderenti al “Piano Taranto” commentano le dichiarazioni del primo cittadino, Rinaldo Melucci, sulla vicenda Ilva

“Ilva può dare ricchezza”. Così recitano i titoli dei giornali che, nelle ultime ore, riportano le dichiarazioni del Sindaco di Taranto in merito alla controversa situazione del territorio ionico ma anche italiano, come lo stesso Melucci afferma: “Un areale socio-economico che travalica di molto il territorio comunale di Taranto […]. Tutto parte e passa da Ilva” (leggi qui).

Se pensiamo che l’opera di salvataggio di Ilva comporta per la città di Taranto e per l’intero Paese notevolissimi costi, economici e sociali, è evidente come la situazione coinvolga tutte e tutti, indistintamente. Basti pensare alle coperture statali a garanzia dei prestiti bancari per circa 1,2 mld o ai veri e propri prestiti dello Stato – tutt’ora oggetto di indagini da parte dell’Unione Europea – pari a 425 ml posti a carico dell’amministrazione straordinaria, cioè sullo Stato stesso che, tradotto in termini pratici, è a carico della cittadinanza.

E, ancora, sono da considerare gli ammortizzatori sociali stanziati per i 3240 lavoratori in cassa integrazione fino al completamento delle operazioni di vendita.

Inoltre, ci sono i costi che la relazione dei custodi giudiziari di Ilva – redatta nell’ottobre 2012 su mandato della Procura tarantina – stima in 8,1 mld per “ambientalizzare” il siderurgico, oltre ai costi sanitari che, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, pesano fino a 463 ml, al netto dei “viaggi della speranza”, determinando un impatto sull’intero sistema di welfare e sulla vita dei cittadini, di natura sanitaria diretta ma, anche, previdenziale e assitenziale. Difatti, i tumori hanno rappresentato la prima causa del riconoscimento degli assegni di invalidità e delle pensioni di inabilità, anche questi a carico della collettività.

Ci preme sottolineare che la presenza della grande industria ha bloccato lo sviluppo di qualsiasi economia alternativa – ricordiamo che nell’area ionica si contano circa 110 mila tra inoccupati e disoccupati (Rapporto Taranto 2016) a cui, a breve, andranno ad aggiungersi i circa 4500 esuberi previsti con la cessione degli impianti ad ArcelorMittal -, così come la fuga dei nostri giovani verso altre città e la svalutazione degli immobili del quartiere Tamburi.

Il risanamento del territorio ionico, invece, è meno oneroso rispetto al salvataggio Ilva, produrrebbe più occupazione e non causerebbe più malattia e morte ma si preferisce il suo salvataggio perché indebitata per 3 mld, metà dei quali con le banche.

Un recentissimo evento come Medimex ha dimostrato come l’economia possa rigenerarsi dando lavoro ai commercianti, ai ristoratori, agli albergatori.

Inutile ricordare che Taranto, con il suo patrimonio culturale, storico e paesaggistico, potrebbe vivere in piena autonomia.

Come mai, allora, il sindaco Melucci – prima autorità sanitaria sul territorio – non si adopera per la riconversione, preoccupandosi

solamente del prosieguo dell’attività industriale?

Ben sappiamo come lui appartenga a quella linea politica che ha varato i decreti salva-Ilva ed era prevedibile una simile posizione contrapposta a chi, invece, esprime e dimostra concretamente amore per la propria terra ma, se si fosse minimamente sforzato di incontrare e conoscere la gente che dovrebbe rappresentare, forse si sarebbe ravveduto, toccando con mano e rendendosi conto della drammaticità in cui versa, come invece è accaduto a coloro che ha prontamente allontanato, perché non in linea con la sua “vision”.

In realtà, non serve cambiare nome a quella fabbrica di morte, tanto meno ricorrere al risultato del Referendum svoltosi nella calda estate del 2013, di cui ricordiamo le intercettazioni telefoniche tra Archinà e l’ex Sindaco Stefàno, in cui dice Archinà: “La data del referendum… la più lontana possibile”. E Stefàno: “Va bene”. Archinà: “Per farci stare un po’ tranquilli”. Inoltre, in quella circostanza, furono accorpate le sezioni elettorali e sostituite le scuole di appartenenza degli elettori, senza dare alcun preavviso ai cittadini, causando non poca confusione e scoraggiamento al voto. In ultimo, non certo per importanza, pur trattandosi di un referendum consultivo, si decise l’applicazione del quorum. Ciò nonostante, si espresse per la chiusura dello stabilimento un totale di ben 27506 votanti, pari al 81,29%, di contro ai 5823 votanti, pari solo al 17,25% mentre per la chiusura della sola area a caldo e relativi impianti inquinanti si espresse un totale di 31335 votanti, pari al 92,62%, di contro ai 1792 votanti, pari solo al 5,30%. Non è da considerare un fallimento quasi 30000 tarantini e tarantine che si sono recati alle urne per un referendum consultivo che parlava solo di chiusura ma non di riconversione come alternativa. Sicuramente rappresenta un numero maggiore di voti rispetto a quelli espressi a Suo favore (poco più di 26000, di cui solo 18141 al primo turno, pari al 17,92%), che le hanno consentito di diventare Sindaco di Taranto. A conti fatti, la cittadinanza si è espressa più favorevole alla chiusura dello stabilimento e dell’area a caldo che alla Sua elezione.

Caro Sindaco, invece di definirci populisti, radicali, violenti e aggressivi, considerazioni poco consone al Suo ruolo di primo cittadino (minoranze comprese) pensi a quanti hanno speculato e continuano a speculare sulla vita di donne, uomini, bambini e degli operai.

Lo ripeteremo in ogni circostanza e in tutte le sedi: l’unica strada è la chiusura e la riconversione.

Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti,  FLMUniti-CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira,  Tutta Mia La Città e liberi cittadini

Per comunicati stampa o proposte [email protected]

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