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Da tempo ce lo chiediamo. Da tempo non abbiamo risposta. O meglio: potremmo azzardare, magari provocare. Di grazia però: chi siamo noi per vergare vangelo su una questione così grande, così importante da coinvolgerci e tirar fuori il verbo giusto? Non siamo alchimisti nè tantomeno apostoli di una fede: siamo solo umili artigiani della penna, per cui proviamo a offrire un contributo per un dibattito che, forse, qui – in questa terra dilaniata da problemi enormi – come non mai avrebbe necessità d’esser affrontato.
Di che parliamo? Presto detto: chi comanda veramente a Taranto? O mettiamola pure così: chi guida per davvero Taranto? Non fa differenza, forse: il senso cambia poco, a guardar bene.
Siamo certi che le risposte, almeno quelle immediate, potrebbero essere tante: lo Stato, i poteri forti, la massoneria, la criminalità organizzata, i politici, gli imprenditori, etc. etc.. O magari tutte insieme. Insomma risposte a go go, senza dubbio. Che hanno tutte, o in parte, un fondamento di verità. Prendiamole pure per buone, ma andrebbero approfondite una ad una.
Scavando un po’ nella nostra storia, per certi versi approssimativamente, ci accorgiamo come Taranto nei secoli abbia subìto le dominazioni di altri popoli, dopo i fasti della Magna Grecia. Il che potrebbe indicare che gli autoctoni ne siano stati contaminati, perdendo nello scorrere del tempo la propria identità o quantomeno includendone pregi e difetti. Ciò può anche significare che le scelte prodotte per questa terra, sempre nel corso dei secoli, siano state indirizzate a seconda del regnante del periodo. Il che, va detto pure, non ha sacrificato la produzione culturale della città: in fondo Archita, Leonida, Aristosseno, così come Paisiello, Costa e ancora tanti altri figli illustri, oltre ai fermenti di una città e un territorio vivi, non sono stati certo sepolti nella loro vivacità intellettuale dalle dominazioni altrui.
Una contraddizione, o meglio uno scontro tra cultura ed egemonie politiche? Non sappiamo rispondere, ma di certo la nostra storia pare segua un percorso simile in tanti secoli di vita. A cui, secondo noi, vanno aggiunte componenti che ne hanno drammatizzato i decenni più recenti. Perchè un primo colpo d’accetta giunse alla fine dell’800 allorquando a Roma decisero che Taranto avrebbe ospitato l’Arsenale della Marina Militare, ammaliando i tarantini con la promessa di una ricchezza industriale allora sconosciuta da queste parti e che pertanto rispondeva alle esigenze di un popolo affamato e molto povero. Fu allora che nacque la celebre vocazione industriale della città. Una svolta, purtroppo, decisiva per gli anni che seguirono. Anche in quel momento a decidere furono diverse componenti: lo Stato monarchico, la massoneria, i politici nostrani, la classe imprenditoriale (in verità mestiere da queste parti tutto da inventare allora e… oggi), in fondo anche il popolo che aveva fame.
Una svolta, dicevamo. Perchè già per la costruzione dell’Arsenale e l’insediamento invasivo della Marina Militare, nessuno scrupolo ci fu per le ricchezze di questo lembo di terra: iniziò un vero e proprio saccheggio, del quale ancora oggi paghiamo le conseguenze. Dunque, Taranto – che non dimentichiamo in quell’epoca non era provincia autonoma ma sottomessa a Lecce – cominciò a trasformarsi, in un destino deciso soprattutto da altri. E qui, scusate, ma dobbiamo assolutamente provocare. Una data, innanzitutto: 2 settembre 1923. E’ il giorno in cui, con Regio decreto, e dietro decisione di Benito Mussolini, Taranto venne eretta a provincia autonoma. Già: dopo secoli di dominazioni successive al periodo magnogreco, Taranto tornava alla sua autonomia grazie al Duce fascista.
La ritrovata autonomia non fu certo la panacea di tutti i mali. Perchè se è vero che nel frattempo la cultura produceva uomini di altissimo profilo (pensiamo a Cesare Giulio Viola, Raffaele Carrieri ma non solo loro), è altrettanto vero che la storia socio-economica della città proseguiva sulla scia di sempre. Il secondo conflitto mondiale ebbe, come sappiamo tutti, conseguenze nefaste per tutto il Paese. E a Taranto la ricostruzione fu tra le più drammatiche, se si tiene conto che l’industria bellica quasi scomparve. Da qui alla nascita dell’Italsider il passo è breve: scelta nefanda, voluta a Roma per offrire il classico tozzo di pane a un Sud più che mai affamato. Ma voluta anche dalle nostre parti dai soliti attori: politici, massoneria, imprenditori, a cui pian piano s’avvicinò anche la criminalità organizzata affamata com’era di partecipare al banchetto luculliano reso disponibile dallo Stato.
Il resto è storia recente, scavata a fondo da scrittori, sociologi, intellettuali, politici, giornalisti per spiegare come mai, nel luglio del 2012, esplose la ‘bomba Ilva’. Quasi a sorpresa secondo i più. Invece attesa secondo noi e la stragrande maggioranza dei tarantini.
Per carità, lo sappiamo: l’analisi andrebbe approfondita, e qui ci sentiamo solo modesti portatori di un confronto che, lo ripetiamo, andrebbe aperto finalmente senza timori e soprattutto libero da legami d’interessi più o meno occulti. Sì, perchè negli ultimi decenni sembra che Taranto riesca a produrre classi dirigenti asservite (non tutte, d’accordo) e che dal pantano non si possa venir più fuori. Sì, perchè noi tutti siamo denti di ingranaggi che arrivano sino al cuore dell’Europa e da cui non possiamo apparentemente deragliare. La globalizzazione ci ha ovviamente coinvolto in pieno e difendersi non è cosa semplice.
Però, da quel settembre del 1923 è come se l’autonomia della provincia di Taranto non sia servita a nulla: è rimasta sulla carta, e il mondo globalizzato non è invenzione sancita in quell’epoca. Oddio, qui non si vuole certo sposare tesi sovraniste. Piuttosto ci chiediamo: perchè mai continuiamo a sopportare decisioni altrui e non comprendiamo che, alla luce anche di quanto accaduto nel 2012, bisogna riappropriarsi degli spazi che ci appartengono? Forse, iniettare sangue di storia patria (nel senso di patria tarantina) servirebbe a cambiare pian pianino un destino che pare scritto nei secoli dei secoli.
E allora, torniamo alla domanda iniziale: chi comanda a Taranto, se è vero che quasi tutte le scelte vengono fatte altrove e poco incidiamo evidentemente per cambiarle o perlomeno migliorarle? Lo Stato? La politica d’ogni colore? La Regione? La massoneria? La classe imprenditoriale in toto? L’informazione trasformista e ammorbidita? I padroni delle discariche? La criminalità organizzata? I salotti chiusi degli intellettuali? E chi più ne ha più ne metta?
Perchè la sensazione è netta: Taranto autonoma non lo è affatto, come non lo è stata in passato. Oggi è ancora più complicato parlare di autonomia nelle scelte, non c’è dubbio: gli intrecci socio-economici sono obbligati e per motivi facilmente comprensibili. Però, se davvero s’insegue andrebbe costruita una classe dirigente differente, che abbia sì una visione globale ma davanti alla quale sappia porre gli interessi del territorio. In parole povere, se Taranto vuole rompere lo schema economia locale=industria non può far altro che partire dal suo patrimonio, quello in possesso e quello in uso ad altre Istituzioni. E l’area della Cultura dovrebbe venir fuori dai salotti e diffonderne in ogniddove, partendo dalle generazioni più piccole: il seme germoglia se lo aiutiamo a crescere.
Se oggi ancora non vediamo cantieri in Città vecchia, se non percepiamo tuttora le bonifiche del Mar Piccolo, se esistono vaste aree inutilizzate ma nelle mani delle forze armate, qualcosa bisognerà pur fare e non affidarsi, come sempre, a quel che promette lo Stato o il ‘padrone’ di turno. Ecco gli spazi di cui riappropriarsi: lasciare che le promesse non siano seguite dai fatti non ha più senso. Parliamoci chiaro: costruire alternative socio-economiche non dipende solo dagli altri ma anche da noi.
E finiamola qui, nella piena consapevolezza di non aver depositato di sicuro verità assolute, e sicuramente sono esse confutabili da chi ha intelligenza e cultura a noi superiore. Noi qui cerchiamo di raccontare la strada e attraverso essa trarre conoscenza. Certo la storia di Taranto non s’allontana molto da quel che in poche righe abbiamo tentato di descrivere. Ma abbiamo una certezza: tutti gli occupanti del tempio guardano da sempre la nostra città come colonia da sfruttare. A volte, però, le colonie diventano ribelli e quel tempio lo liberano…

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Marcello Di Noi
Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

2 COMMENTI

  1. Interessanti considerazioni. Rileggendo però la storia di Taranto personalmente arrivo a conclusioni diverse. Falanto, il fondatore di Taranto, fu tradito e osteggiato dai tarantini e cercò riparo a Brindisi (e nonostante il tradimento favorì la sua città a discapito di Brindisi…). Taranto fu presa dai romani per il tradimento di un tarantino. Siamo sempre stati noi gli artefici del nostro destino, così come a Bari o a Lecce sono stati loro gli artefici della supremazia acquisita o della rinascita. Loro non sono stati favoriti da politiche sovraordinate così come noi non siamo stati penalizzati. Quello che ha fatto la differenza è stato l’atteggiamento. I tarantini si pongono tendenzialmente in maniera ostile verso gli “stranieri” e tendenzialmente in maniera concorrenziale con i concittadini. Se c’è qualcuno che si distingue in maniera positiva si cerca di fare lo sgambetto. Non si cerca di eccellere per se stessi, si cerca solo di spegnere la luminosità altrui. Per questo a Taranto si sentono solo critiche, ci sono divisioni, contrapposizione e polemiche anche su temi che dovrebbero essere condivisi. Mai ammirazione, rare attestazioni di stima, pochi encomi per chi si distingue. Quindi chi comanda a Taranto? Nessuno comanda a Taranto perché i tarantini non vogliono essere comandati da nessuno. Se c’è da trarre un vantaggio personale si accetta di essere subordinati con mire di espansione altrimenti si diventa ostili. Archita oggi a Taranto, come leader, non avrebbe successo, sarebbe osteggiato da molti per invidia. L’incapacità di fare gruppo, di sostenere chi si eleva al di sopra di una mediocrità dilagante e confortante per molti. Questo è un grosso problema per la città.

  2. Condivido pienamente Andrea però bisogna considerare che a Taranto i veri tarantini non esistono o meglio i residenti sono immigrati provvisori cioè residenti giusto il tempo per saccheggiare e scoriticare viva la città. I grandi scandali dal Comune all’ILVA vede come maggiore protagonista gente di origine o provenienza regionale ed interegionale. Purtroppo si e fatta Taranto ma non si sono fatti mai i tarantini. L’aumento demografico per Taranto e stato solo un fenomino transitorio difatti molte famiglie finito il periodo dell’età lavorativa hanno preso il “malloppo” e sono fuggiti in altri lidi (magari da dove sono venuti). Pochissimi immigrati, quasi nessuno ha investito o acculturato per il bene della città come a Milano o Torino dove i meridionali hanno elevato lo stato di benessere, portato ricchezza. I tarantini alla fine dei conti sono amanti dei forestieri ma purtroppo sono i forestieri che non amano Taranto e i tarantini perchè i tarantini non amandosi tra di loro creano un clima di odio e repulsione verso tutti.

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