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Il terreno di gioco brulica di maglie di colori diversi. Nere, bianche, blu… e ovviamente rossoblu. Del resto, siamo pur sempre allo ‘Iacovone’. Fra un passaggio, un palleggio e un torello si respira un’aria che è quasi di festa. Anzi, senza “quasi”. Le quattro squadre che stanno per affrontarsi sul terreno di gioco che solitamente ospita le gesta del Taranto sono: magistrati, avvocati, agenti di polizia penitenziaria e detenuti. E sapete cosa? Che ci vuole un bel po’ di tempo a capire chi sono i detenuti. Davvero, senza retorica. Sul rettangolo verde non si percepisce alcuna barriera fra le quattro categorie, che si scambiano battute e sfottò reciproci. Dopo una decina di minuti ad osservarli, e a ripetere in mente la domanda su quale squadra si associ a quale divisa, un’illuminazione. Finalmente ho capito chi sono i detenuti. Si capisce osservando il modo in cui guardano la tribuna. Il modo di salutare i parenti venuti a guardare, il sorriso che esprime orgoglio misto a commozione non lascia dubbi.

Un momento della conferenza stampa di presentazione.

La mente torna alla mattina, alla conferenza stampa di presentazione di questo progetto. “fuori…gioco!”, V edizione. Le parole delle varie autorità che si ringraziano a vicenda, come spesso accade in queste occasioni. Eppure, c’è davvero la sensazione che ci sia qualcosa di più profondo sotto queste parole di rito. Il carcere, ci si passi l’espressione, non è quello che definiremmo un ambiente “normale”. C’è, concentrato all’interno di quelle mura, tutto il meglio e tutto il peggio dell’uomo. E, pertanto, si sviluppa fra tutte le componenti di quel microcosmo così particolare un senso di fratellanza tutto particolare. E allora qualsiasi cosa, anche la più semplice come una partita di calcio, diventa una conquista che può arrivare solo al termine di un percorso.

Le parole pronunciate in mattinata dal comandante della polizia penitenziaria, ora, sul prato dello ‘Iacovone’, assumono un significato reale. Cita l’articolo 27 della nostra Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». È incredibile come le parole mirabilmente sintetiche dei Costituenti prendano vita, nell’esultanza che arriva dalla tribuna centrale ad ogni goal dei rossoblu (sì, sono loro i detenuti). C’è il senso di una vittoria che, ovviamente, non è quella del campo. A questo punto voglio togliermi una curiosità. A bordo campo avvicino la dottoressa Baldassarri, direttrice della casa circondariale di Taranto, e le domando se i detenuti in campo godano di un regime di semilibertà o di sconti di pena similari. La risposta è no, quelli che nel frattempo si stanno giocando la vittoria del quadrangolare con gli avvocati, mattatori delle precedenti edizioni, sono detenuti a tutti gli effetti. Semplicemente, godono di uno speciale permesso-premio per questa giornata particolare, dalle 14.00 alle 21.30. Riguardo gli uomini in rossoblu in campo e non posso che meravigliarmi di quanto tutto quello che sta accadendo sembri naturale. In campo ci sono le normali discussioni che accompagnano ogni incontro di calcio: chi non rientra in difesa, chi vorrebbe un passaggio in più, chi commette fallo per un tentativo maldestro di recuperare palla. Forse è questa, la vera vittoria di questo torneo (quella calcistica, per la cronaca, va ancora una volta agli avvocati…) e di tutti coloro che si sono spesi per la sua realizzazione: in primis l’amministrazione penitenziaria, la Polizia Penitenziaria, l’Ordine degli Avvocati, la Camera Penale di Taranto, oltre ai numerosi sostenitori e agli sponsor (Castria Vini, Nuovarredo e la Fondazione Oro6, editore della nostra testata).

Alla fine della giornata tutti hanno in mente solo una cosa: la VI edizione da organizzare per il prossimo anno. Magari accogliendo la proposta di uno dei due padrini dell’iniziativa, l’ex calciatore Francesco Moriero (trascorsi in Lecce, Cagliari, Roma, Inter e Napoli): aggiungere alla manifestazione una presenza di ex-calciatori, magari con una squadra propria. Una proposta subito accolta da tutti i presenti e fatta propria dall’altro padrino della manifestazione, ben noto agli sportivi tarantini, quel Franco Selvaggi che a Taranto ha lasciato un segno indelebile vestendo la maglia rossoblu. La proposta piace anche a noi, e prenderemo nota, perché il prossimo anno si deve replicare.

Senza dubbio.

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