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A nulla sono serviti i due appelli nominali dei consiglieri comunali in assenza del numero legale di consiglieri necessari per avviare i lavori. I gruppi consiliari hanno concordato il rinvio della seduta al 16 marzo

Gli effetti del voto delle elezioni politiche tenutesi lo scorso 4 marzo si riverberano anche in Consiglio comunale a Taranto. La massima assise cittadina, convocata quest’oggi, non ha nemmeno avviato i lavori per assenza del numero legale. Constatata la mancanza del numero minimo necessario per l’avvio della seduta (17 consiglieri comunali, ovvero la maggioranza dei 33 consiglieri eletti, compreso il sindaco) in due appelli nominali, è stato deciso, d’intesa con i gruppi consiliari, di rinviare la seduta a venerdì 16 marzo anziché a domani. È già questo un sentore di una mancanza di compattezza in seno alla maggioranza che sarà a breve chiamata ad un nevralgico appuntamento per la vita amministrativa e politica dell’Amministrazione comunale e dell’Ente civico. Ci riferiamo all’approvazione del Bilancio previsionale del 2018 il quale, come richiesto ed ottenuto su proroga dall’ANCI (Associazione nazionale comuni italiani presieduta dal Sindaco di Bari, Antonio Decaro), potrà essere approvato entro il prossimo 31 marzo anziché il 28 marzo anticipatamente previsto per legge.

Tornando alla seduta consiliare odierna, va registrata l’assenza, in blocco, del nuovo gruppo consiliare di maggioranza “Gruppo indipendente per Taranto” al cui interno vi sono ben tre consiglieri comunali ex Pd (di area renziana). Viste le recenti tensioni del medesimo gruppo con la Giunta comunale in riferimento alla nomina di Roberto Fazioli come presidente dell’Amat (poi successivamente ritirata) l’assenza odierna dei consiglieri del Gruppo indipendente per Taranto sembrerebbe confermare i dissapori già da tempo presenti. Da registrare inoltre la presenza in aula di 4 consiglieri comunali di opposizioneFrancesco Nevoli, Massimo Battista (M5S), Giampaolo Vietri (Forza Italia) e Vincenzo Fornaro.

Relativamente ai provvedimenti sui quali si sarebbe dovuta esprimere la massima assise cittadina nel corso della seduta odierna vi erano alcuni di natura urbanistica con alcune varianti al Piano regolatore generale, provvedimenti di natura tributaria quali ad esempio l’approvazione del Regolamento comunale per l’applicazione dell’imposta Municipale Propria per l’anno 2018,  il regolamento per l’applicazione della TASI (tassa per i servizi indivisibili), della TARI (tassa dei rifiuti) e della TOSAP (tassa occupazione spazi e aree pubbliche) ed il regolamento comunale del servizio di protezione civile. Vi erano inoltre provvedimenti concernenti la Direzione patrimonio per quanto riguarda l’acquisizione, a titolo oneroso, delle aree demaniali previste nell’ambito della legge sul Federalismo demaniale e nell’alveo del protocollo d’intesa siglato recentemente con l’Agenzia del Demanio. Il rinvio della seduta odierna al 16 marzo provocherà, inevitabilmente, lo slittamento dell’approvazione del Bilancio di previsione 2018.

A soli due giorni dall’esito del voto delle elezioni politiche e prima ancora di entrare nel vivo dell’approvazione del Bilancio di previsione, dobbiamo quindi registrare una maggioranza di governo, in seno al Consiglio comunale, in forte affanno. I nodi, prima o poi, arrivano al pettine, e, come abbiamo argomentato ieri, sembrerebbe essere giunta al capolinea l’onda lunga del consenso che ha trascinato Michele Emiliano, nel 2015, alla presidenza della Regione Puglia ed a recitare un ruolo di rilievo nella segreteria nazionale del Pd. Il populismo e la continua ricerca del consenso tastando e cavalcando gli umori della piazza ha finito per far diventare il Pd pugliese qualcosa di altro, di diverso dal Pd nazionale. E gli elettori del Pd questo lo hanno notato, e lo si evince dal dato delle elezioni politiche in Puglia: il Partito democratico ha incassato in Puglia solo il 13,7% delle preferenze (alle elezioni politiche del 2018 aveva ottenuto il 18,4% dei voti) e, detto in modo più evocativo, il Pd regionale ha incassato poco più del doppio dei voti ottenuti dalla Lega che, per sua natura, risulta essere un partito territoriale che poggia sulle istanze e su dirigenti di partito che fanno capo al Nord Italia.

Va inoltre precisato che il dato percentuale del Pd in Puglia nel 2013 risultava essere sottostimato, rispetto al quadro nazionale, per l’ingombrante presenza, in termini di elettorato nello scacchiere di sinistra, dell’allora partito facente capo all’ex governatore Nichi Vendola, ovvero Sel. Relativamente all’intera coalizione di centrosinistra in Puglia, questa ha ottenuto ben dieci punti percentuali in meno rispetto al dato delle elezioni politiche del 2013 (16,1% per l’intera coalizione nel 2018, 26,4% nel 2013). Il dato incassato dal Pd a Bari non si discosta dal trend regionale (13,95%). Sono, questi, numeri inconfutabili che attestano una sconfitta, su tutti i fronti, della linea politica che fa capo all’attuale governatore della Regione Puglia. A nulla serve addossare le responsabilità alla segreteria nazionale del Pd (non dimentichiamoci che il presidente della Regione Puglia ha imposto il suo diktat, in sede di presentazione delle liste elettorali, battendosi affinché fosse Ubaldo Pagano, segretario del Pd di Bari, il candidato del Pd nel collegio uninominale n. 9 della Camera, ovvero quello della parte orientale della provincia ionica, anziché Ludovico Vico).

A nulla serve, per Emiliano, nascondere la sua sconfitta continuando a cavalcare l’onda del dissenso affermando, come da lui stesso dichiarato già pochi giorni prima del voto, che il Pd dovrebbe ora appoggiare il candidato del M5S per garantire loro la maggioranza in Parlamento. L’evidenza, non solo numerica in termini di risultato elettorale ma anche e soprattutto in relazione agli equilibri ed alla stabilità di governo in Consiglio regionale a Bari ed in Consiglio comunale a Taranto denotano un quadro ben diverso dalla narrazione politica delineata dal governatore Michele Emiliano. Entrambe le maggioranze risultano essere, infatti, in seria difficoltà, avendo perso, strada facendo, alcuni loro componenti o, comunque, inimicandoseli.

Senza aspettare l’apertura di una nuova stagione congressuale il Pd regionale e quello tarantino dovrebbero, a nostro giudizio, aprire una seria e profonda riflessione sulle cause di questa débâcle e sulla perdita di consenso non solo fra i cittadini ma anche e soprattutto nelle rispettive massime assisi deputate al governo della macchina dell’amministrazione regionale e comunale. Partendo dal dato registrato in Puglia, il Pd, assieme a tutti i partiti cosiddetti di sinistra, dovrebbero interrogarsi sulla loro identità e sulle radici socialiste andate perdute. Per socialismo non intendiamo specificamente l’espressione politica di un partito della Prima Repubblica, bensì una concezione politica, il socialismo reale, fondata su un’ideologia  filosofica ed economica e sulla responsabilità di governo. Radici andate dissolte fra derive populiste e demagoghe, soprattutto sui temi ambientalisti, fra rigurgiti post-comunisti salottieri e radical chic, distanti dalle problematiche territoriali, fra contaminazioni con i partiti centristi di matrice cattolica, fra battaglie sui diritti civili, libertà sessuali, diritto di cittadinanza, Ius soli e quant’altro che risultano sì essere argomenti importanti per la sfera delle libertà individuali del cittadino ma che poco hanno a che vedere con il polso dell’economia reale, con la salvaguardia del lavoro, con una ideologia che dovrebbe puntare ad annullare le disparità economiche fra i ceti sociali, attraverso una forte presenza dello Stato nell’economia come garante dei ceti meno abbienti e delle loro problematiche. Ceti sociali che, quantomeno a livello teorico e storico, dovrebbero essere l’elettorato della sinistra. Questi però, a ben vedere, non si sono sentiti rappresentati da un Pd nazionale, e soprattutto regionale, che rincorreva la linea politica del M5S e che, evidentemente, cercava il consenso delle piazze senza tastare il polso delle stesse e senza parlare la stessa loro lingua. Qualora non vi fosse, sin da subito, un cambio radicale nella linea politica del Pd e della sinistra italiana in toto, quest’ultima sarebbe destinata a dissolversi o, come potrebbe capitare a livello nazionale con il Pd, diventare la stampella del Movimento 5 Stelle (ipotesi foraggiata, come specificato, da Emiliano).

Tornando alla situazione politica di Taranto, non ci stupiremmo se, da qui a breve, si verificassero forti scossoni e rimpasti di governo nella Giunta regionale nonché nella Giunta comunale, nelle quali le altre correnti del Pd non sono ad oggi, rappresentate. Se la linea di Fronte Dem dovesse continuare su posizioni oltranziste, ed aggiungeremmo anche orbe e politicamente poco lungimiranti, impatterebbe, in Consiglio comunale a Taranto ed in Consiglio regionale a Bari, con i dissapori delle altre correnti del Pd e, conseguentemente, con una sonora bocciatura in sede di approvazione dei bilanci.

Sarà solo il tempo a decretare se le nostre ipotesi saranno confutate dai fatti o meno. La primavera meteorologica è già iniziata ed a breve busserà alle porte, con l’equinozio di primavera, anche quella astronomica. Il nostro sentore, però, ci spinge ad ipotizzare che l’esperienza politica capitanata in Puglia da Fronte Democratico, a Taranto così come in Consiglio regionale, è già nel bel mezzo dell’autunno e che tira ad andare avanti, confortata da qualche pallido ed estemporaneo sole e da qualche voto racimolato in Consiglio comunale a Taranto piuttosto che in Consiglio regionale. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, direbbe il poeta Ungaretti.

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Emanuele Spataro
"Nothing is real and nothing to get hung"...

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