Pinuccio Stea e Taranto: “Svolta epocale ma dobbiamo comprenderlo, altrimenti…”

Posted on gennaio 21, 2018, 11:28 am
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Parlando di Taranto. Dei suoi problemi, delle sue risorse. Quindi, delle sue potenzialità. Nella convinzione che bisogna parlarne perchè il dibattito non resti fine a se stesso ma sia il seme per costruire il futuro. Se qualcuno, of course, saprà raccoglierne i frutti.
Incontriamo nella sua casa Giuseppe Stea, Pinuccio per tutti. Filosofo, storico, in passato amministratore pubblico e quindi politico in prima persona, oggi presidente della sezione tarantina dell’Associazione partigiani d’Italia, ha scritto di recente un libro – uno dei tanti della sua intensa produzione letteraria – in cui parla di Città vecchia (“Taranto: il risanamento della Città vecchia – una storia lunga 150 anni”), edito da Scorpione. Già, la Città vecchia, oggi più che mai al centro delle attenzioni per un’opera di risanamento e recupero, almeno si spera, che nel futuro sia volano di sviluppo per tutta Taranto.
Però, con Stea parliamo di Taranto a 360°: non si partisse da qui, per quanto la Città vecchia possa definirsi un unicum, il ragionamento sarebbe riduttivo. Com’è nostro costume, vi riassumiamo i passaggi più significativi, ma l’audio dell’intervista è molto utile – se avrete la consueta benevolenza nell’ascoltarla – per scendere nei dettagli e capire come Taranto, in questi ultimi anni, sia diventata molto più che in passato una bacheca in cui il fermento di contributi è notevolissimo, a conferma che ci fosse l’ascolto da parte di chi può davvero agire, una svolta a questa città – intesa nella sua visione del futuro – diventerebbe forse molto più facile.
E ne parliamo partendo da qualcosa che sembra sfuggire ai tarantini, un’entità culturale di grandissima importanza ma che forse è sin troppo emarginata, quasi dimenticata: l’università. “Se ancora oggi – dice Stea – pensiamo che l’università sia utile a rilasciare lauree e basta, la città perde l’opportunità di averla nel suo interno”. Il ragionamento è semplice: l’università è fattore determinante per la crescita culturale e quindi progettuale di una città, “nel momento in cui si progetta immediatamente bisogna avere come interlocutore l’università” ed è per questo che pare come “la molla non sia mai scattata o comunque sia residuale” trascurando il fatto che invece l’università sia una “ricchezza per la città”. “Nella cultura tarantina – continua Stea – questa presenza non è vista come determinante, ed è un grande errore perchè perdi delle potenzialità e quindi anche risorse”.

Diciamo la verità, “intorno all’università non si è creato niente, il circolo virtuoso che accoglie il sistema universitario. Per esempio, la biblioteca: in una città universitaria, possibile che ci sia una sede in cui d’inverno si gela e l’estate si soffre di caldo, possibile che ci siano turni d’apertura che non agevolano gli studenti universitari? Altrove non è affatto così, le biblioteche sono centri non solo di studi ma anche di aggregazione”.
Università laboratorio progettuale di idee, contributo fondamentale per la crescita di un territorio: è poco compreso, qui, il suo ruolo. Basterebbe pensare alle sedi decentrate, in cui c’è il nulla attorno (alla Salinella, a Paolo VI): gli studenti hanno bisogno invece di trovare servizi, di sentirsi parte integrante dell’università e della città. “L’autonomia? Un problema secondario, è importante tutto il sistema – sostiene Stea -. So che le cifre di iscrizioni sono assolutamente buone, che ci sono studenti che vengono anche da fuori: ma cosa offriamo loro? Ecco che va costruito anche intorno all’università tutto un sistema di assistenza e accoglienza che diventa poi attrattivo”.
Già, ma qui entra in scena la visione di città. Taranto è fatta a chiazze, quartieri lontani l’uno dall’altro perchè in passato si credette che il numero di abitanti potesse aumentare a dismisura: così non fu, e l’errore di valutazione oggi è sotto gli occhi di tutti: “La città è scollegata perchè sviluppata su un errore drammatico del passato: preso atto di questo, oggi si torna a parlare di PUG: o ci si pone il problema di come ricucire le maglie della città o i problemi si aggraveranno; o si mette uno stop all’espansione o non se ne verrà più fuori. Gli ultimi dati Istat ci dicono che Taranto è in decremento: che senso ha espandersi ancora? In passato anche recente si sono fatte scelte contraddittorie. Stefàno disse che avrebbe fermato questo sistema ma poi hanno approvato il Piano Salinella, e cioè 5.000 alloggi che significano 10mila persone almeno: dove sono, visto che Taranto soffre di decrescita e le giovani coppie spesso si trasferiscono i paesi vicini?”.

Ricucire Taranto e l’occasione delle dismissioni di aree militari: “La città pensa a cosa fare? I progetti attuali sono forse già vecchi, ma il problema è che non c’è un punto fermo su quel che si può fare: si rischia da qui a qualche anno di abbandonare aree di pregio. Le risorse? Parlando di vertenza Ilva, era questo il tempo di chiedere risorse che l’ente comune non può avere, visto che si ritiene Taranto città strategica. Ma vado oltre, perchè chi amministra deve anche saper intercettare le risorse. Per esempio a Bari, una società telefonica avrebbe finanziato progetti di risparmio energetico. Il sindaco De Caro appena eletto sottoscrisse un accordo con la Vodafone per pagare le luci delle piscine comunali. Sempre a Bari, la nuova sede nazionale dell’emeroteca, archivio etc. è nell’ex macello comunale, la ristrutturazione fu finanziata da un accordo del governo con l’Enalotto per recupero di strutture per fini culturali. Quando i comuni hanno le casse vuote, bisogna andare a trovarle le risorse avendo però una visione di cosa fare delle strutture. Ed è un modo anche di snidare l’imprenditoria locale, che può contribuire: in verità, esempi di interventi privati cominciano a vedersi e quindi bisognerebbe approfittare di questo cambio di atteggiamento rispetto al passato”, perchè “nella vicenda Città vecchia, tornando ai tempi del piano Blandino e poi progetti Urban, l’impegno era solo del pubblico: il privato era assente. Oggi invece molti privati hanno fatto degli investimenti, si tratta anche di sfruttare questo atteggiamento nuovo per mettere in moto una serie di iniziative”.
“Oggi c’è bisogno di una visione complessiva della città. Oggi si vive una crisi di identità. Si tratta di ridisegnarla non solo dal punto di vista urbanistico ma anche culturale: chiamare a raccolta tutti, università, intellettuali, chiesa etc, altrimenti ci saranno sempre tante periferie. In altre città, ci sono le periferie e poi la zona di pregio: a Taranto dov’è? Facciamoci una passeggiata al borgo e ce ne accorgiamo. Oggi è tempo di avere questo tipo di proiezione, altrimenti il declino sarà inesorabile”.

Naturalmente, questi sono i concetti espressi in una lunga chiacchierata con Stea, in cui si è parlato veramente di tutto: dall’Arsenale all’Italsider ora Ilva, dallla città al servizio dello Stato e all’imprenditoria incapace di diversificare.
“L’Arsenale che si va svuotando, per esempio. E qui si torna al passato quando ci fu uno scontro di visione. Nel senso che c’era chi pensava a uno sviluppo monoculturale, chi invece si dovesse diversificare. Purtroppo prevalse l’idea della monocultura: il Centro ittico campano, tanto per citare un esempio, ebbe come mission di distruggere la mitilicoltura, gli operatori non volevano ma persero perchè prevalse quella logica. Noi paghiamo questa situazione pregressa. Nella piattaforma della Vertenza Taranto, si poneva proprio questo problema: i sindacati dicevano questo, ma la linea di diversificare perse. A distanza di 60 anni ci troviamo di fronte a questo, abbiamo bisogno di una linea guida di sviluppo diversificato. Oggi chi amministra deve costruire questa dimensione, è una strada obbligata. E qui torna l’università… occorrono pensieri lunghi”.
E i giovani che vanno via? “Una provocazione: facciamo un’associazione di chi ha i figli fuori Taranto. In un articolo sulla ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ posi questo quesito: rispetto a queste potenzialità c’è chi ha pensato a un’anagrafe di quanti sono, chi sono, quali professionalità ci sono fuori, quali idee abbiamo per poter utilizzare queste potenzialità qui? Nel momento in cui gli enti e le organizzazioni fanno progetti pensano a questo, come facciamo a dire loro tornate a taranto?”.
Di una riflessione è certo Stea, assolutamente condivisibile: “Siamo a una svolta epocale per Taranto: se non capiamo questo, resteremo fermi. E’ tempo di radunare tutti ma tutti per costruire la visione complessiva di cui abbiamo parlato”.

Ma occorre la politica, quindi persone che non abbiamo in testa i personalismi. Qui Stea apre un altro fronte: la politica cambiata e, purtroppo, diventata affare aggiungiamo noi. In poche parole: “Prima i partiti costruivano la classe dirigente, oggi è personalismo: il sistema è crollato per vari motivi, ma questo ha provocato il depauperamento del fare politica”, e cita personaggi del passato che, a Taranto, discutevano anche animatamente partendo da fronti opposti ma con storie personali fatte di vera politica e capacità professionali, il tutto al servizio della città. Non certo per evitare il trasferimento, da servitore dello Stato, in altre città. E chiude con un esempio: “Quando si progettò l’ultimo piano regolatore, la Democrazia cristiana organizzò un convegno a cui parteciparono tutte le forze politiche e sociali, e venne fuori davvero un confronto serio e molto utile. Allora non c’erano le televisioni per le passerelle…”.

Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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