Gianmario Leone

Corriere di Taranto

Postato il 11 gennaio 2018, 19:48 pm
11 mins

E’ ripreso martedì 9 gennaio il processo ‘Ambiente Svenduto’ sul presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva, nell’aula bunker della Procura situata nel quartiere Paolo VI, dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto presieduta dal giudice Stefania D’Errico, e del giudice a latere Fulvia Misserini. Le ultime udienze del mese di novembre e dicembre, l’ultima dello scorso 22 dicembre, hanno riguardato l’interrogatorio dei periti chimici, l’ingegnere chimico Nazzareno Santilli, il chimico industriale Mauro Sanna, il funzionario dell’Arpa Lazio Rino Felici ed il chimico Roberto Monguzzi, che redassero la famosa perizia chimica tra il giugno 2011 e il gennaio 2012 (in realtà iniziata l’8 novembre del 2010), per incarico del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco perizia nell’ambito dell’incidente probatorio chiesto dal procuratore capo Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero.

(leggi anche gli articoli http://www.corriereditaranto.it/2017/12/14/ilva-ambiente-svenduto-due-udienze-fiume-gioco-delle-parti-allunga-tempi-del-processo/ e http://www.corriereditaranto.it/2017/11/22/ilva-ambiente-svenduto-periti-confermano-diossina-pcb-dellagglomerato-terreni-animali/)

Da martedì invece, si è aperto il filone d’inchiesta legato ai così detti ‘fiduciari’ della famiglia Riva, che secondo l’accusa sin dall’insediamento del gruppo lombardo nel lontano 1995, hanno dato vita ad un vero e proprio ‘governo ombra’ della fabbrica che rispondeva direttamente ai componenti della famiglia Riva, bypassando completamente la filiera di comando del sito tarantino.

Il capitolo dei presunti ‘fiduciari’ dei Riva 

Lo ‘scandalo’ dei fiduciari, scoppiò il 6 settembre del 2013, quando furono tratti in arresto nelle province di Genova, Brescia, Varese, Verona e Taranto, dai militari della Guardia di finanza di Taranto nell’ambito dell’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’, Lanfranco Legnani, direttore ‘ombra’ dell’Ilva; Alfredo Ceriani, responsabile dell’area a caldo; Giovanni Rebaioli, gestore dell’area parchi minerali e impianti marittimi; Agostino Pastorino, responsabile dell’area ghisa e degli investimenti nell’Ilva; Enrico Bessone, responsabile dell’area manutenzione meccanica delle acciaierie. Legnani finì ai domiciliari nella sua abitazione di Bussolengo (Verona), per tutti gli altri il gip, che il 12 agosto 2013 ricevette la richiesta di misure cautelari dalla Procura di Taranto, dispose l’arresto e la traduzione nel carcere di Taranto. Per tutti l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata al compimento di reati ambientali, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.

Le accuse della Guardia di Finanza e del gip Todisco sulla struttura piramidale

Il provvedimento – si leggeva nella nota della Guardia di Finanza – è scaturito da approfondimenti investigativi all’esito dei quali è stato ipotizzato che da anni, precisamente dal 1995 (dall’insediamento dei Riva a Taranto), determinati soggetti di diretta derivazione della proprietà tenevano sotto stretto controllo lo stabilimento, avendo il compito effettivo di verificare l’operato dei dipendenti, assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali“. “Il fiduciario – si leggeva ancora nella nota della Gdf – ha rappresentato una figura di “governo”, che dettava disposizioni su tutte le decisioni da adottare all’interno dello stabilimento pur non avendo, nella maggior parte dei casi, responsabilità “ufficiali”; dallo stesso dipendevano anche le decisioni dei vari capi-area. Gli accertamenti svolti – affermava la Finanza – hanno dimostrato che la proprietà aveva ideato, creato e strutturato, una “governance” di tipo parallelo, che si avvaleva di personale dipendente da altri stabilimenti Ilva o società appartenenti allo stesso gruppo, di personale dipendente direttamente dalla Riva Fire, di consulenti esterni, sia inquadrati che non nell’organigramma aziendale del Gruppo Riva“.

Nell’ordinanza del gip Patrizia Todisco, si leggeva infatti che i cinque “impartivano ordini e direttive in perfetta unità di intenti con la proprietà (…) forti della consapevolezza dell’irresponsabilità della loro condotta, svolgentesi al di fuori delle deleghe di funzioni comportanti precise responsabilità di legge. Tale sistema – affermava il gip – ha consentito ai Riva di continuare ininterrottamente attraverso la longa manus dei suoi fiduciari e nonostante varie sentenze penali emerse dal 1998 nei confronti dei vertici dell’Ilva, a gestire lo stabilimento secondo la cinica e spregiudicata logica della massimizzazione del profitto a scapito della salute pubblica e dell’ambiente“. Una struttura definita dagli inquirenti ‘piramidale’, al cui vertice c’era Legnani, che figurava quale direttore-ombra. Poi c’erano i ‘fiduciari apicali’, fascia che comprendeva “persone molto vicine alla famiglia Riva“, con la quale intrattenevano rapporti quotidiani; tra questi Ceriani, Rebaioli e Pastorino. Quindi c’erano i ‘fiduciari intermedi’, che avevano compiti tecnico-operativi e ai quali venivano conferiti incarichi ufficiali con delega (tra questi anche Bessone). L’ultima fascia della struttura comprendeva i ‘fiduciari base’, cioè tecnici che nei vari reparti eseguivano gli ordini degli ‘apicali’.

I 12 testimoni chiamati dall’accusa e il ‘caso’ dell’ing. Angelo Lalinga

Sono 12 i testimoni chiamati a deporre da parte dell’accusa, tutti dipendenti Ilva e all’epoca dei fatti interrogati dalla Guardia di Finanza. Ciò che ha destato stupore, per non dire sconcerto tra i presenti, è stato quanto accaduto durante l’interrogatorio dell’ing. Angelo Lalinga, che sulla vicenda dei ‘fiduciari’ fu ascoltato per oltre 10 ore dalla Guardia di Finanza in un interrogatorio fiume, il 19 giugno 2013. Interrogatorio durante il quale parlò a lungo del presunto ‘governo ombra’ dei Riva attraverso i loro uomini di fiducia. Lalinga però, a distanza di oltre 4 anni da quell’interrogatorio, durante l’udienza di martedì è stato molto più cauto e prudente sulla questione. Ha infatti dichiarato di non conoscere nel dettaglio i ruoli ricoperti dagli uomini arrestati nel 2013, affermando anche che i suoi rapporti avvenivano unicamente con l’ex direttore dello stabilimento Ilva, Luigi Capogrosso.

Ma ciò che ha fatto sobbalzare sulla sedia i giudici della Corte e gli avvocati presenti in aula, è stata l’affermazione di Lalinga quando ha dichiarato di possedere con se l’interrogatorio che nel 2013 rilasciò alla Guardi di Finanza. Verbale che lo stesso Lalinga avrebbe ricevuto due anni addietro, ovvero nel 2015, dagli avvocati del Comune di Taranto, all’interno della causa civile che il civico ente ha mosso contro la società Riva Fire, per il risarcimento danni di svariati miliardi di euro per i danni subiti nel corso degli anni dall’attività produttiva del siderurgico.

A quel punto sono ovviamente intervenuti i legali della difesa, che hanno dichiarato il teste inaffidabile oltre a criticare duramente il fatto che un teste possieda il verbale di un suo interrogatorio presso il Nucleo di Polizia Tributaria. Atto che è stato poi depositato durante l’udienza, da cui lo stesso Lalinga ha preso le distanze. Ma com’è possibile che un teste si presenti in aula all’udienza di un processo come quello in corso a Taranto, in possesso del verbale di un suo interrogatorio nel giorno in cui viene chiamato a rispondere a domande su quanto dichiarò proprio in quel verbale alla Guardia di Finanza? Sulla vicenda ci auguriamo venga fatta luce e chiarezza nel più breve tempo possibile, per non minare ulteriormente la credibilità di un processo che già oggi ha perso diversi colpi in tal senso.

L’ing. Lalinga condannato in appello per la morte dell’operaio Mingolla

L’ing. Lalinga non è un nome nuovo nelle vicende legate al siderurgico. Lo scorso 24 novembre infatti, è stata confermato anche per lui in appello, la condanna a 2 anni nel processo sulla morte dell’operaio Antonio Mingolla della ditta Costruzioni metalliche tubolari (Cmt), all’epoca 46enne, che morì durante la sostituzione di di una valvola alla rete gas ‘Afo’ nella batteria della centrale termoelettrica CET 1, investito da una nube tossica, il 18 aprile 2006 (il gas ‘afo’ è altamente nocivo costituito da una miscela composta da monossido di carbonio al 24%, anidride carbonica al 21%, idrogeno al 4%, ossigeno all’1% e azoto al 50% utilizzato per l’alimentazione dei bruciatori di forni e caldaie). Lalinga all’epoca dei fatti era all’epoca dei fatti responsabile di produzione, distribuzione e trattamento acque, soffiaggio vapore, aria e gas dell’Ilva. Mingolla morì a causa dell’errato utilizzo del dispositivo di protezione individuale. Per la sua morte sono stati condannati dirigenti Ilva e della ditta per cui lavorava. Una delle tante morti bianche del siderurgico tarantino, che dall’anno della sua costruzione sono state centinaia. E che ricordiamo anche per aver avuto l’onore e il piacere, anni fa durante il lavoro al ‘TarantoOggi’, di aver conosciuto la vedova dell’operaio Mingolla, Francesca Caliolo, che per anni si è battuta tenacemente per avere giustizia e affinché fosse fatta luce su quanto accadde al marito in quel lontano giorno dell’aprile del 2006.

(leggi tutte le notizie sul processo ‘Ambiente Svenduto’ http://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto)

Gianmario Leone

Corriere di Taranto

Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi"

Commenta

  • (non verrà pubblicata)