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«A proposito, io ho sentito dire, anzi, me l’hanno chiesto, che la Vittorio Veneto […] qualcuno pensa di portarla nel bacino di carenaggio. La Vittorio Veneto è amianto allo stato puro».

Riparte da queste parole l’infinita vicenda dell’incrociatore Vittorio Veneto. A pronunciarle è Vera Corbelli, Commissario Straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto. E dato l’alto profilo del relatore, nonché il contesto istituzionale (l’audizione dinanzi al Consiglio Comunale dello scorso 1 dicembre), era naturale che questa dura affermazione producesse delle reazioni. Che infatti sono arrivate, ad opera della Fondazione Michelagnoli, che custodisce l’eredità del progetto di musealizzazione del Vittorio Veneto, dopo lo scioglimento dell’associazione che lo proponeva e che alla stessa Fondazione faceva riferimento.

Le dichiarazioni del commissario Corbelli

Prima, però, di arrivare alle reazioni, converrà soffermarsi ancora sulle parole del commissario Corbelli, che non sono affatto prive di punti da dibattere (chi volesse sentirle dalla sua viva voce può farlo cliccando qui):

«Non deve venire nel bacino di carenaggio. Qualcuno si è messo in testa di valorizzarla, di riprenderla. Ci vogliono oltre 150 milioni. Signori cari, ma voi avete tante di quelle bellezze a Taranto; ma perché dovete focalizzare l’attenzione sulla nave? Bellissima, tutto l’amore di questo mondo, ma datela a chi la vuole e che non ha nessuna bellezza da mettere sul tavolo. Scusatemi, adesso, veramente, faccio un appello accorato: non deve entrare nel bacino di carenaggio, altrimenti il problema aumenta. Deve essere tolta al più presto dalla zona. Questo l’ho detto pure all’ammiraglio di Stato Maggiore, che ho avuto il piacere di incontrare e incontrerò di nuovo prima di Natale. Non deve stare qui. È piena di amianto. Non andiamo a peggiorare la situazione».

L’HMS Belfast, nave museo nel centro di Londra.
Foto da Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Parole perentorie, dure, senza appello. Parole, soprattutto, che non si limitano all’oggetto e alla competenza specifica del commissario sulle tematiche ambientali, ma entrano a gamba tesa anche sulla natura di attrattore turistico del futuribile museo navale. In questo senso non può che suscitare perplessità l’idea che a Taranto sia impossibile realizzare la musealizzazione senza incorrere in un immane disastro ambientale, che a quanto pare non sarebbe un problema se si cedesse la nave «a chi la vuole».

La risposta della Fondazione Michelagnoli

Le obiezioni sollevate dalla fondazione Michelagnoli, nella persona del suo direttore generale, l’ing. Salvatore Mellea, si focalizzano sull’aspetto più strettamente tecnico della questione. Nella sua lettera aperta al commissario Corbelli, l’ing. Mellea contesta in prima istanza il «tono allarmistico di cui non si comprendono a pieno le ragioni, in assenza di specificazioni sulle valutazioni tecniche poste a base». In particolare, «in relazione ad analisi dei costi fatti in anni non lontani», la Fondazione contesta «l’indicazione della cifra di 150 milioni di euro come investimento necessario alla musealizzazione dell’Unità». È indubbio, però, che il cuore dell’intervento del commissario non sia il denaro, quanto il problema dell’amianto, che già più volte ha fermato il progetto di musealizzazione, sia a Taranto che altrove. «Non va dimenticato – afferma sul punto la Fondazione – che la Marina militare, dopo aver più volte sottoposto l’Unità a lavori di bonifica dell’amianto (come potrebbe essere confermato dalla Direzione dell’Arsenale) l’ha impiegata per attività operativa sino al 2002». È inevitabile, in questo senso, che la Fondazione contesti l’idea che la nave sia «“amianto allo stato puro” ritenendo che, per questo, non vada assolutamente portata nei bacini di carenaggio. Le operazioni di bonifica possono essere svolte anche con nave galleggiante, ma non va trascurata l’urgente necessità di immissione della nave in bacino, non più rinviabile sia per accertare lo stato di integrità e robustezza residua delle lamiere della carena che comprendere i lavori da svolgere perché la nave continui a galleggiare o perché “sia rimossa al più presto”, come lei suppone si debba fare». A questo proposito va precisato che nello scorso mese di maggio la Marina Militare aveva diramato un “Avviso manifestazione di interesse per i Servizi relativi al ripristino trattamento della carena e interventi di carpenteria sull’opera viva del galleggiante GT01 (ex Nave Vittorio Veneto)” (il bando è consultabile qui).

I problemi ambientali nel bacino di Mar Piccolo

Il problema posto dalle parole del commissario Corbelli non si ferma entro i confini dello scafo del Vittorio Veneto, ma evidentemente coinvolge tutta l’area limitrofa alla Stazione Torpediniere e ai bacini dell’Arsenale. Anche su questo aspetto la Fondazione ha da ridire: «Disagio e preoccupazione sono anche collegati alla supposta esistenza di un pericolo effettivo per la salute della popolazione che, da quasi cinquant’anni da quando l’Unità fu dislocata a Taranto, convive con essa. Se questo venisse confermato, si avrebbe il paradosso dell’accettazione colposa, da parte della Marina militare, della possibilità che fibre di amianto aerodisperse costituissero un rischio non solo per il Mar Piccolo dove la nave era ormeggiata, ma anche per le persone imbarcate ed in ultima analisi, come detto, anche per la popolazione. Analogo problema si presenta per l’esecuzione di lavori in bacino, di cui lei teme la pericolosità per il Mar Piccolo. È lecito infatti domandarsi se ci sono evidenze di questo tipo derivanti da indagini tecniche svolte dalla Marina militare durante precedenti lavori cui l’Unità è stata sottoposta».

Le obiezioni della Fondazione confluiscono in una precisa richiesta al commissario Corbelli, quella di «formulare, d’intesa con la Marina militare, più precise valutazioni sui rischi da amianto che la musealizzazione dell’Unità presenterebbe, nonché sull’applicazione di tecniche idonee a farvi fronte e sui costi relativi». E ancora: «Prima di adottare decisioni irreversibili è dunque necessario motivare adeguatamente, in modo trasparente ed analitico, le ragioni che giustificano l’alienazione dell’Unità in vista del suo smantellamento a fini commerciali».

Il Vittorio Veneto è visibile dall'interno della Villa Peripato.
Il Vittorio Veneto dalla villa Peripato.
Foto tratta dal sito: www.naviearmatori.net

Ci sentiamo, in questo senso, di auspicare che finalmente si realizzi una concreta e fattiva collaborazione fra tutti gli enti coinvolti per stilare un progetto chiaro e definito, sulla base del quale si possa effettuare un serio studio di fattibilità economica, ambientale e tecnica. Rivolgiamo questo appello, fra gli altri, anche al sindaco Melucci, che in campagna elettorale, parlando dei luoghi simbolo di cui riappropriarsi, aveva dichiarato: «Infine, un sogno: una scalinata dal vialetto lato Mar Piccolo (della villa Peripato, ndr) per raggiungere agevolmente la Vittorio Veneto, ormeggiata alla Stazione Torpediniere, e che da tempo attende di essere destinata a museo navale» (vedi qui). Anche da qui potrebbe passare l’idea di una Taranto diversa.

 

Leggi tutti gli articoli sulla vicenda di nave Veneto qui.

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1 COMMENTO

  1. Forse un giorno vedremo la Vittorio Veneto a Trieste o altrove trasformata in un museo a spese dello stato e allora capiremo se le dichiarazioni della Corbelli avevano qualche secondo fine, in particolare mi riferisco a quel consiglio quasi materno: “datela a chi la vuole”.
    Quanta bontà!

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