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Memo non è solo un nome, un diminutivo, un ragazzo, Memo è la memoria, è consapevolezza, è segno del destino, è senso del dovere morale, è il viaggio verso l’adultità responsabile, dove memento audere semper da saluto diventa la spinta reale a non lasciarsi vivere, a non accettare passivamente il destino che decreta la vittoria dei furbi, a spingere se stesso verso il proprio limite che ha il volto del dovere di figlio, a prendere per mano la propria incertezza per trasformarla in convincimento per sé e per il suo futuro. Il tempo e la Storia accompagnano Memo in questo rito di passaggio, con un Caronte che lo traghetta senza forzature, ma con mano ferma verso il senso della giustizia, verso il coraggio delle proprie convinzioni, a controllare la rabbia ed assecondare quel fuoco sotto la cenere che divampa di fronte alla più tragica delle verità storiche: la solitudine di un uomo giusto ma impotente.

E’ il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa l’uomo giusto, che abbraccia la bandiera, che è fedele all’Arma, allo Stato, al suo ruolo di Prefetto, ma è soprattutto l’uomo isolato, che non ha trovato sponde per guardare negli occhi il suo nemico, che non è solo la mafia, ma è lo stesso establishment che gli ha conferito un ruolo di comando, ma che fa muro contro di lui. Il terrorismo che ha affrontato con le armi giuste diventa un pallido antagonista di fronte ad una piovra che sbandiera solo lo spauracchio di Palermo, che è solo uno specchietto per le allodole, rispetto alla mafia dei colletti bianchi, che è globale. Senza interlocutori e senza mezzi con i quali sferrare un colpo decisivo allo ‘stato nello Stato’, gli rimane la stampa alla quale affidare la sua rabbia e la sua frustrazione. Giorgio Bocca gli farà da portavoce in quell’intervista che Memo leggerà e farà sua, come un testamento di ideali irrinunciabili, nonostante tutto e dopo aver digerito la disillusione di una morte annunciata.

Questo viaggio nella memoria recente, nei valori eterni, nell’oscurantismo di un’epoca del profitto e del malaffare diventa vivido nella scena, emozionante e commovente. Sullo sfondo di un 1982 che sventola bandiere di giubilo per la vittoria calcistica mondiale contro un avversario storico come la Germania, lo stesso vessillo non scuote la coscienza nazionale, non fa fronte comune prima che quella piccola A 112 che conteneva il grande generale e la sua giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, venga crivellata a sinistra ed a destra, da sei uomini che rappresentano l’ingiustizia del non-stato.

Quanta partecipazione nella conduzione di questo dramma, Alfredo Traversa c’è nello spettacolo, è il docente che non molla il suo studente, il prof del paesino di montagna che nel mondo c’è, che vorrebbe dare manforte al suo generale, che partecipa, che non molla, che vive sulla pelle il momento indimenticabile della vittoria del pallone come un italiano medio, ma che è oltre la mediocrità, Traversa trasla bene questo sentire nelle vere corde di un’italianità piuttosto perduta, ma presente.

Nella rappresentazione per i ragazzi degli istituti superiori della provincia, nella quale le intemperanze giovanili erano in conto, il silenzio e l’attenzione per il racconto nel momento dell’apertura grande del cuore è stata la vera speranza di un messaggio così profondo e Traversa le corde le sa toccare ed i ragazzi li conosce.

Federico Passariello jr ha avuto il dono ed il dovere delle parole del generale Dalla Chiesa, grande e possente, tragico ed arrabbiato, stretto nella bandiera, un compito difficile di chi ha sentito il senso di questo dovere, senza cadere nel tranello di un mito del rigore.

Tenero e professionale Memo, Amando Cavallo. Giovane e chiaro nella sua indecisione e nello spirito di un adolescente che traballa, ma non molla. Un talento in erba che ha saputo far immedesimare il pubblico giovane e sperare quello che ne ha viste troppe.

Peccato che le scolaresche abbiano abbandonato troppo presto la platea, visto che col. Andrea Intermite, capo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Taranto, insieme al fratello dell’ufficiale dell’Arma Emanuele Basile, ucciso da Cosa Nostra nel 1980 e l’ex procuratore Franco Sebastio (attuale assessore alla cultura del Comune di Taranto) hanno portato testimonianza viva di cosa significhi l’appartenenza, anche familiare all’Arma e la dedizione in un concetto che non è astratto, ma vita quotidiana.

Lo spettacolo “Memo e il generale”, dal testo di Cristiano Gatti, a cura di Alfredo Traversa, aiuto regia Antonella Fanigliulo, è stato replicato anche in serata per il pubblico ‘adulto’.

Foto: Martino Marzella

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Maddalena Orlando
Laureata in Lettere Moderne. Giornalista. Ha partecipato al Corso di Giornalismo dell'Ordine dei Giornalisti di Puglia. 2 figli. Ha lavorato per alcune emittenti televisive locali: Videolevante, Studio 100, Telerama, Jotv, Tele.5 (in qualità di direttore). Ha collaborato con Taranto Sera, Voce del Popolo, Paese Nuovo (allegato de L'Unità), Pigreco, Tarantoggi, Primaveraradio (circuito Popolare Network), Magazine (in qualità di direttore), Edili, Radiocittadella. Ha curato numerosi uffici stampa, tra cui il Comune di Lizzano e l'Associazione Musicale della Magna Grecia, Magna Grecia... il Premio (Provincia di Taranto), Crest, VIALIBERA. Ha condotti programmi televisivi e radiofonici.

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