CONDIVIDI
TOP AD

Il 10 e 11 ottobre scorsi si sono svolte altre due udienze del processo ‘Ambiente Svenduto’, sul presunto disastro industriale dell’Ilva che vede 47 imputati (44 persone fisiche e tre società, l’Ilva spa, la Riva FIRE e la Riva Forni Elettrici).

Le udienze del 10 e 11 ottobre

Nell’udienza di martedì 10 ottobre, sono stati auditi un medico della Asl ed un chimico, in merito al problema dell’inquinamento da polveri, Pcb, diossina, ed altre sostanze tossiche che per anni hanno invaso la fabbrica e la città, a partire dal rione dei Tamburi. Il primo teste ascoltato è stato il medico della Asl di Taranto, dr. Ermanno Corbo pneumologo e direttore del presidio di Pneumologia della Asl di Taranto, il quale durante la sua deposizione ha confermato le denunce particolareggiate fatte dalle testimonianze delle udienze precedenti (l’ingegnere Francesco Di Francesco, ispettore della direzione provinciale del Lavoro e dal direttore del Dipartiimento di Prevenzione della Asl di Taranto dott. Michele Conversano) sugli altissimi livelli di inquinamento raggiunti negli anni dal 1999 al 2010 e sulla mancanza di misure di sicurezza da parte dell’Ilva.

La seconda testimonianza invece, quella del consulente chimico Vito Balice, che ha creato non poche polemiche in aula. Durante la sua deposizione infatti, il consulente chimico avrebbe tentato una sorta di ritrattazione in merito ad una consulenza da lui stesso effettuata per la Procura sui campionamenti di polveri raccolti nei deposimetri nel rione Tamburi. In pratica, il dr. Balice ha affermato che dopo una seconda analisi di verifica sui campioni prelevati, le polveri presenti potrebbero non essere di provenienza esclusiva dei parchi minerali, puntualizzando anzi che potrebbero essere ricondotte ad altre aree esterne all’Ilva, pur sempre ricadenti nella zona industriale limitrofa al rione Tamburi. Dichiarazioni che hanno innervosito i presenti all’udienza e che hanno ‘insospettito’ i giudici dell’accusa, tanto da portare il pm Buccoliero a chiedergli se nel periodo in cui ha svolto la consulenza per la Procura non fosse stato contattato da elementi terzi. Un chiaro, seppur taciuto, riferimento a Girolamo Archinà, l’ex pr dell’Ilva, il cui avvocato Giandomenico Caiazza dopo questa domanda, ha presentato una richiesta di astensione alla Corte di Assise, con il beneplacito dell’intero collegio difensivo.

Nell’udienza dell’11 ottobre, i giudici della Corte d’Assise di Taranto presieduta dal giudice Stefania D’Errico (a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari), hanno respinto la richiesta dell’avvocato di Archinà, secondo il quale i giudici avrebbero una sorta di pregiudizio nei confronti del suo assistito. Non soltanto per la domanda del pm Buccoliero al consulente Balice, ma soprattutto per la richiesta avanzata dal giudice D’Errico allo stesso consulente, nell’essere maggiormente preciso nelle risposte alle domande evitando di usare termini troppo generici. La Corte ha difeso la legittimità della domanda decidendo quindi di andare avanti con il processo, nonostante la sicura ennesima istanza di ricusazione che sarà presentata nei confronti della Corte da parte in questo caso dell’avvocato di Archinà, sulla quale dovrà esprimersi nuovamente la Corte di Appello di Lecce competente in materia.

L’udienza dell’11 ottobre è poi proseguita affrontando il capitolo in merito a due incidenti mortali avvenuti durante le indagini di ‘Ambiente Svenduto’ e che quindi sono entrati di diritto nel processo. Si tratta degli infortuni mortali degli operai Claudio Marsella e Francesco Zaccaria: il primo perse la vita il 30 ottobre 2012 schiacciato da un locomotore, mentre il secondo morì il 28 novembre 2012 precipitato in mare da un’altezza di 60 metri con la gru nella quale stava lavorando al porto di Taranto, quando si abbatté sulla zona industriale e su Statte un tornado violentissimo. L’udienza ha previsto l’ascolto di un teste, un medico, il quale ha escluso tassativamente che vi fosse nel corpo di Claudio Marsella vi fosse la presenza di sostanze stupefacenti. Poi sono stati ascoltati alcuni dipendenti Ilva ed in particolare capi area dove è morto l’operaio Marsella. Secondo quanto emerso da queste prime testimonianze, l’operaio non poteva e non doveva trovarsi nel luogo dell’incidente da solo e che proprio questo fattore, insieme ad altri problemi tecnici ha causato la morte di quest’ultimo: ricordiamo che l’operaio locomotorista originario di Oria, rimase chiacciato tra due respingenti del locomotore e quelli del vagone mentre era in piedi sui binari, nel reparto Movimento ferroviario dell’Ilva al quinto sporgente della zona portuale del siderurgico. Inoltre è stato ricordato che quel lavoro è stato sempre effettuato da due lavoratori, sino a quando un accordo azienda/sindacati, ne ridusse la presenza ad uno soltanto. L’esame dei testi di questi infortuni continuerà nelle prossime udienze, a partire dalla prossima prevista per mercoledì 18 ottobre.

(leggi anche http://www.corriereditaranto.it/2017/09/20/2-2-2-ilva-riparte-il-processo-ambiente-svenduto-rientrano-ilva-spa-e-riva-forni-elettrici/)

L’udienza del 26 settembre con la deposizione dell’ispettore del Lavoro…

Ancora più importante, più che altro per gli argomenti trattati, l’udienza del 26 settembre. Dove c’è stata la testimonianza dell’ingegnere Francesco Di Francesco, ispettore della direzione provinciale del Lavoro (che ha lavorato in qualità di consulente dei pubblici ministeri in una delle indagini avviate sull’attività dell’acciaieria tarantina, il cui fascicolo è finito poi nelle fila del procedimento “Ambiente svenduto”), riferendo sullo spolverio delle polveri provenienti dai parchi minerali dell’Ilva. Di Francesco durante la sua deposizione come teste nonostante l’opposizione del collegio di difesa degli imputati (contrario al fatto che relazioni redatte in altri procedimenti sull’Ilva rientrassero nel processo attuale), ha affermato che “in undici anni, dal 1999 al 2010, c’è stato un aumento considerevole dello spolverio di minerali, e di altre sostanze, di matrice siderurgica sul quartiere Tamburi”.

Di Francesco ha parlato riferendo dei dati raccolti dai campioni degli undici deposimetri collocati ai Tamburi, che raccolgono i dati sulla qualità e sulla quantità delle polveri disperse in ambiente: nel 2010, ad esempio, in una postazione furono accertati indici elevati; in due di valore medio-alto; negli altri di valore medio. Tuttavia, il dato preoccupante evidenziato dal consulente nella sua deposizione è stato l’aumento della media rilevata dai deposimetri: circa 500 milligrammi al metro quadro di polveri nel 1999, mentre nel 2010 in un’abitazione di via Mar Piccolo si sfiorarono addirittura i 700 milligrammi. Citata ad esempio anche il caso di una cappella presente nel cimitero San Brunone ‘confinante’ con il siderurgico. Costruita nel 2004, nel 2010 fu riscontrata “una fortissima presenza di polvere bruno-rossastra. Era di chiara origine industriale, anzi siderurgica” ha affermato senza dubbi Di Francesco.

Gli 11 deposimetri furono sistemati sui terrazzi di copertura di alcune strutture aziendali come la Liam, la Comangom, presso gli uffici dell’ingresso principale del cimitero, nei pressi della scuola Deledda, sul terrazzo di copertura di una palazzina destinata a civili abitazioni ubicata in via Marzo Piccolo (quella citata da Di Francesco appunto), un altro sulla scuola Vico, un’altra ancora su una chiesa dei Tamburi, la San Francesco De Geronimo, un altro sulla Casa di Cura San Camillo, presso il Centro Caritas, sempre ai Tamburi. Il posizionamento dei deposimetri, è stato spiegato, serviva anche per circoscrivere un arco di cerchio intorno allo stabilimento che andava dal cimitero all’azienda Liam in via Archimede che formava un primo anello, e poi un secondo anello che comprendeva la seconda postazione al cimitero, dove furono collocati due deposimetri: in corrispondenza dell’ingresso monumentale sulla palazzina uffici, e in corrispondenza dei servizi igienici, locali destinati al custode.

L’Ispettore ha ricordato ai presenti che in funzione della granulometria delle polveri, quelle più pesanti si depositano prima e quelle di diametro più piccolo tendono a depositarsi più lontano. Sono stati misurati solidi totali, solidi solubili, in particolare ferro, manganese, vanadio, nichel, rame e zinco. Ha anche spiegato che era stato effettuato un prelievo all’interno dei parchi minerali per avere anche un riscontro del materiale che c’era all’interno di quest’ultmi con quello che c’era all’esterno, per poter valutare se le polveri potessero effettivamente essere legate ad un’unica fonte di dispersione oppure più fonti di dispersione, come ad esempio sostenuto nell’udienza del 10 ottobre dal consulente Balice.

Dall’esame tecnico effettuato in seguito all’analisi dei campioni, è risultato senza ombra di dubbio che la diffusione delle polveri era da addebitare unicamente all’attività produttiva di Ilva e che la stessa non avveniva soltanto dai parchi minerali, ma anche da altre aree dello stabilimento, in particolar modo dagli impianti dell’area a caldo come l’agglomerato, le acciaierie, l’area ghisa, etc.

Durante la deposizione sono stati forniti diversi dati in base ai ‘due anelli’ corrispondenti alle aree in cui erano stati collocati nel 2010 gli 11 deposimetri: il primo, quello più vicino al siderurgico, fece registrare alla scuola Deledda 416 milligrammi per metro quadro al giorno, al Centro Caritas 536, 454 alla Edison; nel secondo “anello”, quello più lontano, dove si trovano la scuola Vico, la Casa di Cura San Camillo, i due ingressi del cimitero, i valori registrati furono un po’ più in bassi. L’ispettore, quindi, ha poi spiegato che i valori registrati sono stati messi a confronto con i dati di riferimento stilati da una commissione centrale contro l’inquinamento atmosferico del Ministero dell’Ambiente, che ha predisposto cinque classi di polverosità: un valore inferiore a 100 milligrammi, da 100 a 250, da 251 a 500, da 501 a 600, maggiore di 600; con un indice di polverosità classificato come  assente, basso, medio, medio alto ed elevato. Per esempio, nel 2010, la postazione dell’abitazione del Mar Piccolo ha un indice di polverosità elevato in quanto le polveri sedimentate erano maggiori di 600. Presso il centro Caritas erano 536, al centro ingresso cimitero Ilva 541, e quindi furono classificate come medio alte. Nel 1999 invece, in tutte le zone esaminate i livelli erano medi, perché inferiori a 500 milligrammi.

Infine Di Francesco ha sottolineato come il problema della polverosità delle polveri provenienti dai parchi minerali, nonostante all’interno dell’Ilva vi sia un sistema di irrorazione dei cumuli con un filmante che serve a coprire i cumuli e a trattenere la diffusione delle polveri, si presenta quanto quest’ultime vengono caricate sui nastri trasportatori per essere lavorate: non essendo ancora oggi i nastri del tutto coperti, la diffusione della polvere avviene immediatamente.

E quella del 29 settembre del dr Michele Conversano, direttore del dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto

Michele Conversano, il direttore del dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, è indubbiamente una delle persone più informate in materia di inquinamento a Taranto. Non è un caso se l’udienza dello scorso 29 settembre abbia visto proprio quest’ultimo protagonista di un’udienza fiume. Quasi otto ore di esame e controesame nel quale il medico della Asl di Taranto ha raccontato quanto avvenuto negli ultimi 20 anni, con al centro la consulenza stilata dal suo dipartimento. Rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile, Conversano ha ripercorso tutta la fase degli accertamenti condotti dal suo dipartimento, sino alla decisione di abbattere le capre e le pecore allevate nelle masserie vicine al colosso dell’acciaio, nel dicembre del 2008, a causa della contaminazione da diossina e Pcb (nel corso della deposizione si è parlato anche dell’inquinamento del mar Piccolo e della contaminazione del primo seno, nella parte sulla quale si affaccia l’Arsenale della Marina Militare). Nella sua testimonianza, Conversano ha ricordato come l’inquinamento registrato fosse legato in particolar modo alla presenza di Pcb, mentre sull’inquinamento da benzoapirenze ha precisato come i livelli di emissioni di questa sostanza si sono ridotti negli ultimi anni dal momento in cui Ilva ha aumentato gli interventi di manutenzione nelle cokerie e soprattutto in funzione del fatto che oltre la metà di esse sono state spente nel 2012 (un’indagine di ARPA Puglia del giugno 2010 certificò che il 99% del benzoapirene presente nell’aria dei Tamburi fosse prodotto dall’Ilva, di cui il 98% proprio dal reparto cokeria). Un aspetto questo sul quale, ovviamente, hanno fatto i loro rilievi a difesa dell’azienda i legali della difesa, durante il controesame condotto dagli avvocati degli imputati, che puntano a dimostrare come durante la gestione Riva siano stati effettuati diversi interventi a favore della tutela dell’ambiente e della salute.

Si torna in aula dopodomani, mercoledì 18 ottobre.

(leggi qui tutte le notizie sul processo ‘Ambiente Svenduto’ http://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto)

CONDIVIDI
Gianmario Leone
Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni giornalista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO