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E cominciamo bene il 2017. Non sappiamo voi, ma qui abbiamo la netta, nettissima sensazione che poco o nulla cambierà per Taranto. Prendete le sollecitazioni, a più riprese, che le varie sigle sindacali propongono sull’Ilva: piani ambientali, mappatura rifiuti pericolosi, etc. etc.. Tutto è desolatamente in ritardo, e così il fantomatico risanamento ambientale della fabbrica più inquinante d’Europa rasenta l’impegno più esilarante assunto da Stato, suoi emissari e probabili acquirenti: staremo a vedere, speriamo di essere smentiti. Il tutto a ulteriore danno di una città che subìsce senza armi con cui combattere una battaglia, anzi una guerra forse irrimediabilmente persa. I vincitori? Sicuramente i Riva, che pian pianino si sfilano dal campo patteggiando con la magistratura e accontentando lo Stato che aveva chiesto loro di restare buonini: tanto senza Ilva non moriranno di fame, sanno come approvvigionarsi, loro non hanno certo bisogno di ammortizzatori sociali…
Analisi crudele forse. Come aspra non può non esserla sulla situazione intera di una città piegata costituzionalmente dall’inquinamento prodotto, nonchè alla desertificazione del suo porto commerciale, a Tempa Rossa e alla privatizzazione legalizzata (spacciata per vocazione industriale) di un aeroporto foraggiato dai cittadini. Giusto per ricordarlo.
Ci sarebbe molto, lo sapete e lo sappiamo tutti, per dire basta e sovvertire l’ordine costituito: ma siamo in democrazia e vogliamo restarci finchè campiamo, sia chiaro. Però, il rumore del silenzio di anime che gridano, le anime dei tarantini che soffrono avvelenati e di quelli che non ci sono più, ci lasciano sempre angoscia e rabbia. Purtroppo, un rumore che dentro e oltre le Cheradi non ascoltano e non vogliono ascoltare.
Che fare? Poco o niente, se non già quel che in tanti cercano: costruire alternative, morali ed economiche, nella speranza che prima o poi qualcosa si riesca a cambiare. Soprattutto, che gran parte di queste classi politica e dirigente siano spazzate via dall’esigenza di (ri)prendersi la città e finalmente farsi rispettare. A Bari come a Roma. E non certo con qualche letterina…
Perchè è bene tenere a mente che le poltrone della prossima Amministrazione comunale sono già ambite da parecchi. Vecchi tromboni della politica e di strati dell’economia che per decenni hanno devastato – moralmente e non solo – questa città si stanno muovendo per proporre un cambiamento che non vorranno mai. Così come manipoli di personaggi cosiddetti ‘perbene’ tenteranno la scalata sbandierando il ‘nuovo’ che invece maschera interessi vecchi e ben conosciuti. E ci riproveranno coloro i quali hanno già governato (male molto male), così come i moderni Richelieu che altro non sono che propaggine di ‘poteri forti’.telofacciocosi
E non aiutano le grandi e piccole polemiche che dividono tutto e tutti. A qualcuno non sarà sfuggito il ‘battibecco’ via web, per esempio, tra l’on.Ludovico Vico e il leader del Comitato Liberi e Pensanti Aldo Ranieri: uno scambio di accuse bruscamente interrotto dal parlamentare, ma che in qualche modo è il simbolo di quanto accade ormai da tempo. Da un lato la politica che per decenni ha coperto le malefatte di Italsider, Ilva e le industrie che qui risiedono, accumulano profitti e regnano elargendo stipendi e benefit ai collaborazionisti. Dall’altro, la rabbia di chi e di quanti cercano in qualche modo di denunciare e opporsi a una tragica vicenda come quella tarantina. E noi aggiungiamo: non amiamo i battibecchi, i toni aspri e oltre i limiti, preferiamo sempre il confronto. Però ci chiediamo: è comprensibile che la rabbia prenda il sopravvento di fronte all’immobilismo che sembra davvero caratterizzare la vicenda-Ilva, a distanza ormai di anni dallo scoppio dell’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’? E’ comprensibile il forte disappunto quando t’accorgi che i protagonisti della devastazione ambientale di Taranto, sfruttando le leggi di questo Stato, stiano di soppiatto defilandosi dalle colpe pagando spiccioli dopo aver fagocitato miliardi e corpi? Sì è comprensibile, specie perchè i politici di oggi sono spesso gli stessi di ieri o loro cloni e soprattutto oggi da fedeli soldati accettano gli ordini dei generali: la vicenda Ilva continua a trascinarsi, e non basta il solito piatto di lenticchie per risarcire un territorio sventrato da famelici sacerdoti del profitto.
Insomma, nessuno dimentichi che Taranto è un Sito d’Interesse Nazionale, ma non certo per le illusorie bonifiche: qui lo Stato sguazza, mica può perder tempo con i tarantini… Meditate gente, meditate.
Con una speranza da coltivare per questa comunità che, per certi versi, è tutta da costrure: i simboli più o meno conosciuti della nostra storia finalmente attirano, e di Taranto non si parla più solo e soltanto per i veleni che ingoia. Pillole certo, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Nonostante i ritardi sulle scelte strategiche, i battibecchi, il confronto che non c’è: però, quanta strada c’è da fare!

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Marcello Di Noi
Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

1 COMMENTO

  1. Tutte le dittature prima o poi finiscono, in genere a causa della morte più o meno prematura del dittatore; dopo, spesso, molte cose cambiano, in meglio o in peggio, ma cambiano. C’è però una dittatura che difficilmente finisce: la Dittatura della Democrazia e, non essendoci mai un dopo, nulla cambia.

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